Coppia di vasi sommersi Toso Murano in vetro cordonato oro anni '50
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Coppia di vasi sommersi Toso Murano in vetro cordonato oro anni '50

 Scheda descrittiva sintetica
 
Esclusiva coppia di vasi monumentali a ventaglio in vetro d'arte di Murano, attribuiti alla storica manifattura Toso e databili all'inizio degli anni cinquanta del Novecento. I manufatti si distinguono per una complessa lavorazione tecnologica che unisce la tecnica del vetro sommerso, nei caldi toni dell'ambra e del purpureo, a una spessa camicia di cristallo trasparente impreziosita da un regolare decoro bullicante e da una fitta diffusione di polvere d'oro zecchino. La struttura presenta un corpo costolato e cordonato che si origina da una solida base circolare per aprirsi in una maestosa imboccatura ondulata asimmetrica. Ogni pezzo reca sul fondo retro l'autentica firma originale incisa a freddo a punta di diamante. Le opere si conservano in eccellente stato e rappresentano un raro esempio di design d'alto antiquariato Mid-Century italiano.
  • Manifattura: Toso Murano
  • Epoca: circa 1950–1952
  • Tecnica: vetro sommerso, cordonato, bullicante con inclusioni in foglia d'oro zecchino
  • Dimensioni: 41 x 27 x 28 cm di altezza
  • Firma: originale incisa a freddo a punta di diamante sul piano di posa inferiore (fondo retro)

 

Lo Spazio Sommerso e la Luce Dorata: Studio Critico su una Coppia di Vasi Cordonati di Manifattura Toso a Murano

L'Inquadramento Storico e la Dinastia Toso nel Vetro del Novecento

Le origini della manifattura e la rinascita del secondo dopoguerra

Nel vasto e affascinante panorama storico della laguna veneziana, il cognome Toso evoca una delle dinastie più longeve e influenti dell'intera arte vetraria. La fondazione della storica Fratelli Toso risale alla metà dell'Ottocento, un periodo in cui l'isola di Murano cercava faticosamente di risorgere dopo il lungo declino seguito alla caduta della Serenissima Repubblica e alle restrizioni economiche dell'Impero austro-ungarico. La vera svolta artistica e concettuale della fornace si compie tuttavia nel secondo dopoguerra, un'epoca caratterizzata da una straordinaria ricostruzione economica e da una profonda transizione stilistica che avrebbe traghettato le antiche tecniche locali verso le sponde del design internazionale d'avanguardia.

In questo clima di rinascimento artistico, la manifattura si distingue per la capacità di rielaborare la pesantezza scultorea barocca attraverso la lente geometrica e astratta del modernismo, dando vita a manufatti unici che divennero rapidamente il simbolo del gusto sofisticato delle nuove classi borghesi europee e americane. La coppia di vasi in esame, con le sue imponenti dimensioni di quarantuno centimetri di altezza per ventisette di larghezza e ventotto di profondità, incarna magnificamente questa precisa congiuntura storica, proponendosi non come un semplice oggetto d'arredamento domestico, ma come un'opera d'arte autonoma e monumentale.

Il ruolo di Ermanno Toso e le audaci collaborazioni d'autore

La direzione artistica di questo felice periodo post-bellico viene assunta da Ermanno Toso, una figura carismatica e lungimirante che scelse di scardinare l'applicazione tradizionale delle antiche tecniche muranesi per assecondare le tendenze della pittura d'azione e dell'astrattismo geometrico. Sotto la sua guida, i maestri di fornace iniziarono a collaborare stabilmente con pittori e designer esterni, tra i quali spicca il nome di Pollio Perelda, il cui sodalizio con la ditta prese avvio nell'immediato dopoguerra. Un aneddoto molto noto tra gli storici del vetro narra che i vecchi maestri della fornace inizialmente guardassero con diffidenza i disegni di Perelda, giudicando le sue forme asimmetriche e i suoi accostamenti cromatici stridenti come impossibili da realizzare sulla piazza della fornace.

Fu proprio l'ostinazione di Ermanno Toso a costringere le maestranze a sperimentare nuove formule per la fluidità del vetro, unendo la millenaria sapienza artigianale a un'audacia concettuale che permise di raggiungere un dinamismo plastico senza precedenti. Questa apertura verso l'arte contemporanea consacrò definitivamente il marchio all'interno delle manifestazioni espositive più prestigiose del mondo, dalla Biennale di Venezia alla Triennale di Milano, trasformando ogni singolo pezzo in un oggetto da collezione tracciabile e desiderato dai più importanti musei internazionali.

L'Analisi della Tecnica Esecutiva tra Sommerso e Inclusioni Auree

Il segreto del sommerso e la sovrapposizione dei crogioli

Dal punto di vista prettamente tecnologico e chimico, la coppia di vasi in esame si configura come un saggio magistrale della complessa tecnica del vetro sommerso. Questo procedimento, che richiede una perfetta sincronia di movimenti e una resistenza fisica non comune da parte del maestro e della sua squadra, si basa sul principio della sovrapposizione di strati vitrei di colorazioni o densità differenti. Il processo inizia con la soffiatura di un primo nucleo vitreo, chiamato parison o bolo, che viene successivamente immerso in successivi crogioli contenenti vetro fuso di tonalità diverse.

Nel caso specifico di questa coppia di vasi, lo strato cromatico più profondo, caratterizzato da caldi toni ambrati che sfumano in profondità verso raffinati riflessi purpurei e violacei, viene racchiuso e protetto da una spessa camicia di cristallo perfettamente trasparente. Questa sovrapposizione crea un sofisticato effetto ottico di galleggiamento tridimensionale, dove il colore sembra fluttuare nel vuoto della massa vitrea, subendo continue variazioni di intensità a seconda dell'angolo da cui viene osservato e della rifrazione luminosa circostante.

L'effetto bullicante e la dispersione della foglia d'oro zecchino

A rendere ancora più preziosa la struttura interna dei vasi concorre la spettacolare combinazione del sommerso con il decoro bullicante e l'inclusione di metalli preziosi. L'effetto bullicante, ovvero la presenza di un pattern perfettamente regolare di microscopiche bollicine d'aria intrappolate nel vetro, non è il frutto di un errore casuale di fusione, ma il risultato di un controllo geometrico rigorosissimo. Prima di procedere alla sommersione del nucleo colorato, il bolo di vetro incandescente viene introdotto in uno stampo metallico a forma di tronco di cono, la cui parete interna è rivestita da una fitta maglia di punte acuminate. La pressione esercitata dal maestro fa sì che le punte metalliche lascino piccoli avvallamenti sulla superficie del vetro fuso.

Una curiosità legata a questo passaggio risiede nel fatto che il maestro deve calcolare i tempi di esecuzione al secondo, poiché se il vetro si raffredda anche solo di pochi gradi, lo stampo non riesce a imprimere la profondità necessaria, rovinando la simmetria del disegno. Subito dopo l'estrazione dallo stampo, il bolo viene avvolto in una sottilissima foglia d'oro zecchino e nuovamente immerso nel cristallo liquido. Il calore estremo del secondo crogiolo provoca l'istantaneo strappo della foglia metallica, che si disperde in una miriade di micro-scaglie dorate sospese nello spazio intercapedine, mentre il vetro viscoso sigilla l'aria all'interno degli avvallamenti, trasformandoli in lenti sferiche luminose che moltiplicano all'infinito i riflessi dell'oro.

La Morfologia e la Plastica Formale della Struttura Cordonata

Lo sviluppo dal piede alla maestosa imboccatura a ventaglio

La linea scultorea che definisce il profilo dei due vasi manifesta una volumetria mossa, sinuosa e fortemente organica. L'intero sviluppo verticale prende vita da un piede circolare massiccio, arricchito anch'esso da fitte inclusioni auree, che funge da solido baricentro visivo e strutturale per sostenere l'ingente peso del cristallo soprastante. Dal piede si dipana l'ampio corpo cordonato dell'opera, caratterizzato da profonde scanalature verticali modellate a caldo sulla piazza mediante l'uso di apposite pinze metalliche.

Questa costolatura ha il merito di accentuare lo slancio verticale del manufatto, guidando lo sguardo dell'osservatore verso l'alto, dove la forma si apre drammaticamente in una maestosa imboccatura a ventaglio asimmetrica. I bordi superiori non seguono una geometria rigida, ma sono ripiegati a caldo con ampie ondulazioni che richiamano il movimento ondoso della laguna veneziana o le ali spiegate di una creatura marina. Questa studiata asimmetria dei lembi superiori conferisce alla coppia un dinamismo plastico che rompe qualsiasi staticità accademica, celebrando la fluidità e la malleabilità intrinseca della materia vitrea quando si trova allo stato fuso.

La simmetria dei gemelli e la maestria tecnica dei maestri di scuola Toso

La realizzazione di una coppia di vasi di queste proporzioni e con un decoro così fitto costituisce una delle sfide più difficili per una fornace muranese. Nel mondo del vetro d'arte, creare due pezzi identici, che mantengano le stesse proporzioni volumetriche, lo stesso peso massivo e la medesima distribuzione delle bolle d'aria e dell'oro, richiede una coordinazione e una memoria visiva che solo pochissimi maestri possedevano. Una celebre leggenda d'officina racconta che spesso i maestri vetrai si rifiutassero di produrre coppie simmetriche su commissione, poiché il secondo pezzo veniva considerato una copia priva dell'anima del primo, oppure perché il rischio di sprecare quintali di materia prima a causa di una minima discrepanza di peso era altissimo.

Il fatto che questi due vasi siano giunti fino a noi preservando una perfetta specularità esecutiva e un rigore proporzionale assoluto testimonia l'eccellenza e la straordinaria perizia tecnica raggiunta dalle maestranze della scuola Toso, capaci di dominare il fuoco e la gravità per dare vita a due capolavori gemelli destinati a dialogare armoniosamente nello stesso spazio architettonico.

L'Analisi Paleografica della Firma e lo Studio delle Autentiche

La firma a graffio sul fondo retro e la prassi di bottega

Un elemento fondamentale che eleva il valore storico e collezionistico di questa coppia di vasi è la presenza dell'iscrizione autografa incisa a freddo, visibile sul fondo retro, precisamente sul piano di posa inferiore del piede in cristallo. L'analisi paleografica di questa scritta rivela che è stata eseguita con una punta di diamante o con un sottile utensile metallico al carburo di tungsteno, strumenti che lasciano sul vetro un tratto estremamente sottile, pulito e leggermente calligrafico. La scelta di collocare la segnatura sul fondo retro del vaso, una superficie che spesso veniva rifinita alla mola per garantire la perfetta stabilità dell'oggetto una volta appoggiato sul mobile, risponde a una duplice esigenza sia estetica sia funzionale.

Da un lato, il maestro voleva preservare l'assoluta purezza formale del corpo del vaso, evitando che un segno grafico artificiale potesse interferire con il gioco di rifrazioni luminose generato dal sommerso e dall'oro. Dall'altro, la firma sul piano di posa fungeva da sigillo di garanzia discreto ma inconfutabile, protetto dall'usura del tempo e dagli sfregamenti, che permetteva a mercanti e collezionisti di riconoscere immediatamente la paternità d'isola del manufatto rispetto alla produzione seriale o commerciale priva di marcatura.

L'evoluzione delle scritte e la scomposizione del testo

L'iscrizione si sviluppa seguendo in modo armonico l'andamento curvilineo del bordo inferiore del piede, articolandosi in un corsivo fluido e continuo su due parole distinte, ovvero Toso Murano. Nella prima parte dell'arco grafico si riconosce la lettera T maiuscola corsiva, caratterizzata da un lungo tratto orizzontale superiore che funge da legatura per le lettere successive, tracciate con un ductus rapido e sicuro. La seconda parola inizia con una lettera M maiuscola dai tratti verticali sinuosi e slanciati, una scelta stilistica molto comune nelle sigle d'officina muranesi della metà del Novecento.

Gli storici dell'arte vetraria prestano grande attenzione alla scomposizione di queste scritte, poiché la fluidità del tratto e la pressione esercitata dalla punta di diamante permettono di smascherare i falsi moderni, spesso eseguiti frettolosamente con penne vibratorie elettriche che lasciano un solco largo, biancastro e granuloso, del tutto incompatibile con le tecniche tradizionali dell'epoca d'oro di Murano. La perfetta coerenza tra la grafia di questa firma, lo stato di usura della base e le caratteristiche tecnologiche della lavorazione bullicante conferma l'assoluta autenticità delle opere, inserendole a pieno diritto nel catalogo storico della migliore produzione decorativa del Novecento italiano.

La Datazione Critica dell'Opera

Il contesto cronologico tra la fine degli anni quaranta e la metà degli anni cinquanta

La determinazione dell'arco cronologico in cui è stata eseguita questa coppia di vasi richiede un'analisi incrociata che colleghi i caratteri formali, le peculiarità tecnologiche e l'evoluzione dei marchi di fabbrica della fornace Toso. La combinazione strutturale del vetro sommerso di forte spessore, associato alla costolatura cordonata e alla regolare texture bullicante con polvere d'oro, colloca i manufatti con scientifica approssimazione tra la fine degli anni quaranta e la metà degli anni cinquanta del Novecento, con una più probabile convergenza intorno al biennio millenovecentocinquanta-millecinquantadue. Questo specifico segmento temporale coincide con il momento di massima espressione del gusto monumentale mid-century a Murano, un periodo in cui le fornaci d'eccellenza abbandonarono definitivamente le sperimentazioni razionaliste degli anni trenta per abbracciare forme plastiche più opulente e sinuose, capaci di dialogare con i nuovi spazi dell'architettura internazionale.

Un elemento di riscontro fondamentale per questa datazione è offerto dalla morfologia a ventaglio asimmetrico delle imboccature e dalla tipologia della base circolare. Questo preciso modello di vaso cordonato, studiato per esaltare le proprietà rifrattive del cristallo accoppiato ai toni caldi dell'ambra e del purpureo, trova perfetti corrispettivi nei cataloghi commerciali e nei disegni d'archivio della Fratelli Toso e della coeva Barovier e Toso dei primi anni cinquanta. Inoltre, la firma incisa a punta sul fondo retro mostra quel ductus corsivo sciolto e privo di rigidità che anticipa la standardizzazione delle sigle grafiche avvenuta alla fine degli anni sessanta, confermando che i pezzi appartengono a una serie d'arte limitata, nata sotto la diretta supervisione dei maestri della vecchia guardia muranese.

Bibliografia di Riferimento (Modello Chicago)

Fonti monografiche e cataloghi generali

Barovier Mentasti, Rosa. Il vetro di Murano nel Novecento. Milano: Mondadori Electa, 1992.

Bossaglia, Rossana, a cura di. I Toso di Murano: Una dinastia del vetro d'arte. Venezia: Arsenale Editrice, 1989.

Deboni, Franco. I vetri di Murano: La Fratelli Toso. Torino: Allemandi, 2008.

Dorigato, Attilia. Il museo del vetro di Murano. Milano: Filippo de Pisis Editore, 1986.

Heiremans, Marc. Murano Glass: Themes and Variations (1910-1970). Stoccarda: Arnoldsche Art Publishers, 2002.

Romanelli, Giandomenico, e Rosa Barovier Mentasti. Vetri veneziani del Novecento. Venezia: Marsilio, 1996.