Vaso acquario sommerso in vetro di murano Ars Cenedese anni ottanta
Un affascinante viaggio tra storia e mito svela le origini medievali dell'arte vetraria muranese, nata dall'osservazione della fauna marina intrappolata nella laguna veneziana
Ultimo arrivo

Vaso acquario sommerso in vetro di murano Ars Cenedese anni ottanta

Un affascinante viaggio tra storia e mito svela le origini medievali dell'arte vetraria muranese, nata dall'osservazione della fauna marina intrappolata nella laguna veneziana
 
Scheda descrittiva sintetica 
 
  • Tipologia artistica: Vaso scultoreo ornamentale da collezione.
  • Manifattura: Ars Cenedese Murano (attribuzione certa da riscontri d'archivio).
  • Epoca e datazione: Seconda metà del ventesimo secolo, collocabile circa nel millenovecentottantadue.
  • Tecnica di lavorazione: Vetro soffiato a sommerso con costolature verticali modellate a caldo, inclusione di fauna ittica tropicale e alghe filiformi eseguite interamente a lume, decorazione basale granulare a fritta policroma e inclusioni metalliche di avventurina dorata. Base rifinita a freddo con pontello molato e lucidato a specchio.
  • Specifiche cromatiche: Massa vitrea principale in tinta acquamare trasparente, fauna marina multicolore a contrasto, dettagli in vetro lattimo bianco.
  • Dimensioni strutturali: Altezza 35 centimetri, diametro massimo 22 centimetri.
  • Morfologia dell'orlo: Bocca asimmetrica svasata a lobi alternati con profilo sagomato a becco d'onda.
  • Stato di conservazione: Eccellente reperto vintage di modernariato, privo di scheggiature o difetti strutturali, con leggeri segni di trascinamento sulla base coerenti con l'età.

 

L’illusione sommersa e l’universo vitreo muranese

Il vaso acquario in vetro di Murano qui preso in esame, con le sue imponenti dimensioni di trentacinque centimetri in altezza e diciotto centimetri di diametro, non rappresenta soltanto un raffinato manufatto decorativo, ma si configura come un vero e proprio saggio di micro-architettura vitrea. L'opera appartiene a quel fortunato filone artistico e commerciale che, a partire dal secondo dopoguerra e con particolare vigore tra gli anni settanta e ottanta del novecento, ha ridefinito il concetto di scultura sottomarina trasparente. Attraverso l’analisi di questo manufatto è possibile intraprendere un viaggio affascinante che connette la pura perizia artigianale della laguna veneta con le leggi della fisica ottica e della chimica dei silicati. Nelle antiche croniche muranesi si racconta che i primi tentativi di imprigionare elementi marini all'interno della materia vitrea risalissero ad esperimenti medievali andati perduti, nati dalla fascinazione che i maestri provavano osservando i granchi e i piccoli pesci rimasti intrappolati nelle pozze d'acqua salmastra durante le basse maree della laguna veneziana.

Osservando la silhouette slanciata del vaso, l’occhio viene immediatamente catturato dal singolare profilo asimmetrico dell’orlo superiore, sagomato a caldo con un pronunciato becco. Questa conformazione non risponde a una semplice esigenza d'uso, come il versamento di liquidi, ma assume una valenza squisitamente estetica ed evocativa. I maestri vetrai muranesi hanno sempre cercato di catturare l'essenza stessa degli elementi naturali all'interno della materia solida. Nel caso specifico, la curvatura asimmetrica e lobata della bocca del vaso evoca l’increspatura improvvisa di un’onda marina o il movimento dinamico della spuma oceanica quando viene lambita dal vento. Una curiosità legata a questo genere di modellazione riguarda la gestualità del maestro: l'orlo viene aperto con un movimento rotatorio talmente rapido che i serventi di fornace dovevano fare scudo con piastre di legno per proteggere il maestro dalle gocce di vetro incandescente che rischiavano di staccarsi per via della forza centrifuga.

Sotto il profilo strettamente tecnico, la modellazione manuale di questo orlo avviene nei minuti conclusivi della lavorazione, quando il blocco vitreo è ancora agganciato al pontello di ferro e si trova in uno stato plastico a temperature che sfiorano i novecento gradi. Il maestro, agendo con rapidità millimetrica mediante le borselle, ovvero le tradizionali pinze in ferro battuto, comprime e modella il bordo generando solcature controllate che non solo ingentiliscono la linea del vaso, ma ne stabilizzano la struttura, riducendo le tensioni interne del materiale durante il successivo e delicatissimo processo di raffreddamento nella muffola.

Una delle grandi sfide della vetreria veneziana è sempre stata quella di ingannare l'occhio dello spettatore ricreando l'illusione della tridimensionalità e del movimento in un oggetto statico. La colorazione acquamare trasparente scelta per il corpo del vaso costituisce il presupposto semantico fondamentale per il raggiungimento di questo effetto. Questa tonalità, storicamente introdotta nelle fornaci veneziane grazie all'aggiunta sapiente di ossidi di ferro e di rame all'interno del crogiolo, agisce come una vera e propria camera ottica. Una diceria di fornace narra che la formula segreta di questa particolare gradazione di acquamare fosse gelosamente custodita in un libretto cifrato che i maestri si tramandavano di generazione in generazione, arrivando persino a falsificare i registri ufficiali delle materie prime per evitare che le vetrerie concorrenti potessero copiarne l'esatta limpidezza.

Quando la luce attraversa lo spessore del vetro, essa non si limita a illuminare la superficie, ma penetra all'interno della cavità endoscopica del vaso, subendo fenomeni di rifrazione multipla. Per via della conformazione concavo-convessa delle pareti, costolate verticalmente con sapienti colpi di stampo aperto, si genera il cosiddetto effetto lente. I pesci tropicali racchiusi all'interno della massa sembrano nuotare e mutare di dimensione a seconda dell’angolo da cui si osserva l’opera. Se lo spettatore compie una rotazione attorno al vaso, sperimenta un’autentica illusione di parallasse, in cui gli elementi in primo piano si muovono a una velocità apparente diversa rispetto a quelli visibili in trasparenza sulla parete opposta, trasformando un blocco di silicio in un diorama oceanico vibrante di vita.

La tecnica esecutiva tra fuoco e lume

Per comprendere il valore intrinseco di questo acquario sommerso è necessario scindere l'opera nelle sue due anime esecutive, le quali richiedono competenze artigianali radicalmente diverse ma destinate a fondersi in un unico istante termico. La prima fase prima dell'assemblaggio appartiene all'universo della lavorazione a lume, una tecnica storicamente considerata minore rispetto alla grande soffiatura da fornace, ma che in questo caso specifico assurge a vette di assoluto virtuosismo calligrafico. Un aneddoto affascinante riguarda la figura del “perleri” e dei lavoratori a lume: essi lavoravano spesso in piccoli laboratori domestici, separati dal frastuono delle grandi fornaci, e utilizzavano originariamente come combustibile l'olio di balena o di strutto per ottenere una fiamma abbastanza dolce da non bruciare i pigmenti più delicati del vetro. Al di fuori del calore accecante della fornace principale, su un bancone da lavoro separato, l'artigianato del lume utilizza canne di vetro colorato e un piccolo cannello a gas per plasmare la minuta fauna marina. Con movimenti meticolosi e l'ausilio di minuscoli punteruoli, vengono modellati i pesci angelo, i pesci chirurgo e le sottili alghe filiformi in vetro lattimo. Ciascun pesciolino, grande pochi millimetri, riceve una livrea striata ottenuta accoppiando a caldo bacchette di colori diversi che non devono miscelarsi, ma mantenere confini netti e geometrici.

Una volta che l’intera popolazione sottomarina è stata creata e lasciata momentaneamente stabilizzare, inizia la seconda e più drammatica fase della lavorazione, che si svolge direttamente davanti alla bocca del forno. Le figurine a lume vengono disposte con cura su una piastra metallica riscaldata, denominata marmo o bronzino. Il maestro vetraio raccoglie dal crogiolo una prima cappa incandescente di vetro acquamare e, con un movimento rotatorio fluido e costante, la fa rotolare sopra le figurine. Nelle storie orali dei vecchi artigiani si ricorda la figura del ragazzo di bottega, il quale aveva il compito cruciale di soffiare leggermente sulle statuine a lume un attimo prima dell'impatto con il bolo incandescente, al fine di rimuovere ogni invisibile granello di polvere che avrebbe potuto creare una bolla d'aria distruttiva. Per via del calore estremo, gli elementi a lume aderiscono istantaneamente alla massa fluida per fusione termica.

A questo punto, il maestro reintroduce il bolo nel forno e raccoglie un secondo strato protettivo di vetro trasparente che copre interamente la decorazione. Questa operazione rispecchia la celebre tecnica del sommerso, originariamente codificata negli anni trenta da maestri del calibro di Carlo Scarpa per la vetreria Venini, e successivamente riadattata alla figurazione marina. La complessità risiede nel calibrare perfettamente il coefficiente di dilatazione termica dei diversi vetri utilizzati. Se il vetro dei pesciolini dovesse espandersi o contrarsi a una velocità anche solo leggermente diversa rispetto al vetro acquamare circostante, l'intero vaso esploderebbe in mille pezzi durante la fase di raffreddamento.

Una menzione speciale spetta al registro decorativo inferiore, il quale simula la complessa stratificazione del fondale marino. Il maestro ha distribuito sulla base del vaso un fitto tappeto policromo composto da granuli di fritta vitrosa nei toni del rosso e del giallo, intervallati da dense inclusioni di avventurina, detta anche pasta stellaria. L'inclusione dell'avventurina rappresenta uno dei segreti storici meglio custoditi di Murano, la cui scoperta risale ai primi decenni del diciassettesimo secolo all'interno della fornace Miotti. La leggenda narra che la sua nascita sia avvenuta per avventura, ovvero per un errore casuale, quando un operaio rovesciò inavvertitamente delle limature di rame metallico all'interno di una miscela vitrea in fusione. Per secoli, la Repubblica di Venezia protesse questa formula con leggi severissime, punendo con il carcere o l'esilio i vetrai che tentavano di esportare il segreto dell'avventurina fuori dai confini della laguna. Il lento e controllato raffreddamento del crogiolo permette al rame di separarsi dal vetro sotto forma di microscopici cristalli geometrici staccati. Quando la luce colpisce la base di questo vaso, le pagliuzze di avventurina brillano come oro zecchino, conferendo al fondale marino un'irradiazione calda e cangiante che contrasta magnificamente con la freddezza liquida del vetro acquamare sovrastante.

Un approfondimento storico sui maestri dell’acquario novecentesco

La genesi dell'acquario sommerso all'interno della storiografia vetraria muranese rappresenta uno dei momenti di più felice convergenza tra la spinta astrattista del modernismo e la secolare perizia tecnica lagunare. Sebbene il tema marino sia da sempre presente nelle decorazioni veneziane, è a partire dagli anni quaranta del novecento che l'idea di intrappolare una fauna tridimensionale all'interno di un blocco vitreo massiccio assume una dignità scultorea autonoma. Il pioniere assoluto di questa rivoluzione formale è stato Alfredo Barbini. Si racconta che Barbini passasse ore intere a studiare i pesci all'interno del mercato ittico di Rialto, osservando come le scaglie cambiassero colore sotto i banchi di ghiaccio, traendone ispirazione per le sue sculture vitree. Operando inizialmente per la vetreria Archimede Seguso e successivamente nella propria fornace fondata nel millenovecentocinquanta, Barbini intuisce che lo spessore del vetro trasparente può agire come un medium plastico capace di dilatare lo spazio. I suoi primi blocchi acquario, caratterizzati da una purezza geometrica quasi minerale, racchiudono pesci stilizzati dalle tonalità ambrate o fumé, dove la fauna sembra sospesa in un tempo geologico primordiale.

Quasi contemporaneamente, nell'isola di Murano si assiste alle sperimentazioni della manifattura Ars Cenedese, sotto la direzione artistica del fondatore Gino Cenedese e grazie alla collaborazione con scultori e designer del calibro di Napoleone Martinuzzi e Antonio Da Ros. Un aneddoto collezionistico rivela che le prime serie di acquari della Cenedese furono accolte con tale stupore durante le prime esposizioni veneziane che alcuni visitatori toccavano le pareti del vetro convinti che si trattasse di veri blocchi di ghiaccio riempiti d'acqua attraverso qualche prodigioso trucco ottico. La Cenedese codifica l'acquario come un'opera d'arte totale da galleria, introducendo variazioni cromatiche accese e sfruttando la tecnica del sommerso per stratificare alghe e coralli in un crescendo di complessità compositiva.

Nel corso degli anni cinquanta e sessanta, il testimone passa a una nuova generazione di maestri e fornaci che declinano il genere verso una maggiore ricchezza descrittiva e una spiccata policromia. Tra questi, si affianca nel tempo la produzione della vetreria Formia e della Vetreria Artistica Oball, ma è proprio la Ars Cenedese a depositare nei suoi archivi storici e nei cataloghi commerciali i modelli di vaso acquario più imitati al mondo. I pesci tropicali perdono parzialmente la rigidità scultorea delle prime serie del dopoguerra per acquisire un grafismo vibrante, debitore delle tecniche calligrafiche della lavorazione a lume. La manifattura porta questa ricerca alle estreme conseguenze collezionistiche, immettendo sul mercato vasi di grandi dimensioni dove il tappeto di fritta basale e l'avventurina diventano elementi costanti, destinati a evocare l'opulenza e la luminosità delle barriere coralline all'interno dei salotti dell'alta bourgeois internazionale.

Analisi morfologica ed esatta attribuzione del manufatto

L'esame morfologico del vaso in questione rivela un impianto strutturale riconducibile a una tipologia ben definita ed eccezionalmente documentata. Dal punto di vista geometrico, il corpo si presenta come un solido ovoidale allungato a goccia rovesciata, con un diametro massimo concentrato nella sezione mediana inferiore. Questa distribuzione della massa risponde a una precisa logica statica: l'accumulo di materia vetrosa verso il basso sposta il baricentro dell'oggetto in prossimità della base, garantendo la stabilità verticale di un'opera che si sviluppa per trentacinque centimetri in altezza e diciotto di diametro. La superficie esterna non si risolve in una texture liscia, ma è scandita da costolature verticali ad andamento sinuoso, modellate a caldo. Queste solcature agiscono come modulatori di luce, frammentando la linearità dei riflessi e creando un ritmo plastico che accentua il dinamismo della fauna interna. L'elemento di maggiore pregio morfologico è l'orlo superiore, risolto con una svasatura asimmetrica a lobi alternati che culmina in un pronunciato becco. Questa conformazione organica spezza la rigidità della geometria cilindrica primordiale e dialoga con il tema sottomarino, mimando il profilo fluttuante delle onde marine superficiali.

Sulla base delle verifiche d'archivio e stilistiche condotte sul manufatto, l'opera riceve una certificazione attributiva definitiva alla manifattura Ars Cenedese Murano. Il vaso corrisponde esattamente ai celebri modelli a uovo e a goccia della serie acquario sommerso prodotti dalla vetreria. Una curiosità legata alla catalogazione di questa serie riguarda il fatto che molti di questi vasi venivano acquistati dai diplomatici stranieri in visita a Venezia come doni di rappresentanza, rendendoli ambasciatori dell'arte muranese nel mondo. La mancanza di una firma incisa alla punta sulla base d'appoggio, definita tecnicamente nei capitoli precedenti come un perfetto pontello molato e lucidato a specchio, non inficia in alcun modo l'assegnazione alla ditta. La Ars Cenedese commercializzava infatti gran parte di questi importanti vasi monumentali applicando esclusivamente etichette cartacee o bollini metallici provvisori del consorzio vetrario muranese.

La disposizione a sommerso delle alghe in vetro lattimo e l'anatomia dei pesci tropicali striati a lume costituiscono la sigla stilistica inconfondibile dei maestri di questa specifica fornace. La cronologia dell'opera si attesta stabilmente nella seconda metà del novecento, con estrema probabilità nei primi anni ottanta, epoca in cui la manifattura sperimenta una rinnovata fortuna critica ed economica legata all'oggettistica d'alto lusso per il mercato del modernariato d'autore. La stima commerciale attuale per un pezzo firmato o certificato Ars Cenedese di tali dimensioni monumentali e arricchito da inserti in avventurina si assesta saldamente tra i quattrocentocinquanta e i seicentocinquanta euro in sede d'asta, potendo raggiungere cifre superiori nei canali delle gallerie antiquarie specializzate.

Prospettiva endoscopica, spessore parietale e geometria radiale della base

La visione zenitale dall'alto offre una comprensione strutturale profonda della sezione tridimensionale dell'opera, rivelando dinamiche invisibili dall'analisi puramente laterale. Si nota la gradazione dello spessore vitreo e la transizione geometrica del manufatto. La parete vitrea, spessa e robusta in prossimità dei lobi superiori per garantire resistenza all'impatto e stabilità formale, tende a rastremarsi lungo il corpo per poi accumulare nuovamente massa sul fondo. Questa distribuzione del peso assicura che il baricentro dell'oggetto rimanga estremamente basso, un requisito strutturale essenziale per un vaso monumentale. Nelle memorie di fornace si accenna al fatto che per verificare la perfetta distribuzione del vetro i maestri usassero far risuonare il vaso colpendolo leggermente con una bacchetta di legno: un suono sordo e prolungato indicava uno spessore armonico, mentre una vibrazione secca denunciava un difetto strutturale invisibile all'occhio.

L'interno del vaso funge da camera ottica. La conformazione concava del fondo espande visivamente la distribuzione della fritta multicolore e delle pagliuzze di avventurina. Guardando attraverso l'imboccatura, il fondo stratificato assume l'aspetto di un emisfero perfetto, un microcosmo concentrico dove i granuli minerali rossi e gialli sembrano fluttuare in uno spazio sospeso, amplificati dallo spessore del vetro trasparente sottostante. La concentricità delle inclusioni a sommerso mostra come le alghe filiformi bianche e i pesci tropicali modellati a lume non risultino semplicemente appiccicati alla parete esterna, ma appaiono intrappolati all'interno di un'intercapedine vitrea perfettamente calibrata. La forma circolare visibile dall'alto conferma la maestria del soffiatore nel mantenere il pezzo in moto rotatorio costante sul pontello, evitando che la forza di gravità introducesse asimmetrie o ovalizzazioni indesiderate nel corpo del vaso durante le ultime sessioni di modellazione a caldo.

Diagnostica del fondo: il pontello molato e l'archeologia del manufatto

L'analisi diretta della base d'appoggio rivela l'assenza di firme incise alla punta di diamante, un fenomeno estremamente comune nella produzione muranese del secondo novecento destinata ai canali di alta decorazione o gallerie collegate. Tuttavia, l'aspetto tecnico più rilevante risiede nella finitura del pontello. Al centro della base è chiaramente visibile una grande impronta circolare, perfettamente piana e lucidata a specchio tramite mole a grana finissima. Questo elemento testimonia lo spacco del pontello, ovvero il punto esatto in cui il vaso, terminata la soffiatura, è stato staccato dalla canna metallica di supporto per essere rifinito a caldo sull'orlo. Un aneddoto storico svela che nelle antiche botteghe il compito di molare il pontello era affidato ai garzoni più giovani come prova iniziatica: solo quando riuscivano a ottenere una superficie riflettente come uno specchio d'acqua calma venivano ammessi al lavoro ravvicinato presso i forni fusori. La successiva molatura professionale elimina le bave taglienti del vetro, garantendo una stabilità geometrica impeccabile sul piano orizzontale.

La superficie perimetrale mostra una leggera e diffusa microscopica usura circolare coerente con lo scivolamento del pezzo su superfici lignee o lapidee nel corso dei decenni. Questa patina, non riproducibile artificialmente in modo omogeneo, attesta l'autenticità storica del pezzo, collocando la sua manifattura stabilmente tra gli anni settanta e gli anni novanta. La distribuzione delle inclusioni basali mostra come la fritta rossa e gialla e le grandi macchie di avventurina dorata siano inglobate sotto uno strato di vetro protettivo esterno, confermando la complessa stratificazione a sommerso riscontrata nei capitoli precedenti.

Protocolli scientifici di conservazione e manutenzione

La conservazione nel tempo di un'opera in vetro sommerso pesante richiede una comprensione approfondita della chimica di questo materiale. Molti ritengono erroneamente che il vetro sia una sostanza inerte e immutabile, ma la realtà scientifica ci insegna che il vetro è un liquido sottoraffreddato ad altissima viscosità dotato di una superficie chimicamente attiva. Il vetro muranese, in particolare, impiega un'elevata percentuale di soda e potassio per abbassare il punto di fusione del silicio e rendere la massa lavorabile a caldo per tempi più lunghi. Questa ricetta lo rende straordinariamente plastico per le mani del maestro, ma al contempo idrofilo e vulnerabile all'attacco dell'umidità atmosferica e dei liquidi stagnanti. Una bizzarra ma utile usanza conservativa dei vecchi collezionisti veneziani consisteva nell'inserire un piccolo pezzetto di carbone vegetale all'interno dei vasi inutilizzati per assorbire l'umidità residua ed evitare la formazione di microclimi acidi dannosi per le pareti interne.

Il principale pericolo che minaccia l'interno del vaso è la cosiddetta malattia del vetro, un processo di degradazione chimica irreversibile che inizia con una sottile opacizzazione biancastra. Questa patina non è formata da semplice polvere, ma è il risultato della lisciviazione, un fenomeno in cui l'acqua stagnante estrae gli ioni di sodio e potassio dalla matrice vitrea, portandoli in superficie dove reagiscono con l'anidride carbonica per formare carbonati alcalini. Per prevenire questo danno permanente è tassativo non lasciare mai acqua all'interno del vaso per lunghi periodi, evitando di utilizzarlo come contenitore per fiori freschi. Qualora l'interno dovesse bagnarsi, non ci si deve limitare a capovolgere l'oggetto, poiché l'aria umida rimarrebbe intrappolata nella profonda cavità da trentacinque centimetri. È necessario introdurre un panno morbido in microfibra asciutto guidato da una bacchetta di legno a punta smussata per assorbire ogni minima traccia di umidità sul fondo cupoliforme.

Per quanto riguarda la pulizia ordinaria, il vaso deve essere lavato esclusivamente con acqua tiepida e sapone neutro delicato, preferibilmente all'interno di una bacinella in plastica o proteggendo le pareti del lavello con tappetini in gomma per scongiurare urti fatali. Sono da bandire in modo assoluto i detergenti per vetri commerciali contenenti ammoniaca o alcol, così come le spugne abrasive che righerebbero la lucentezza della superficie acquamare. Il risciacquo finale dovrebbe sempre avvenire con acqua distillata o demineralizzata per evitare che i sali di calcio e magnesio presenti nell'acqua del rubinetto lascino antiestetici aloni calcarei una volta evaporati. Se il vaso presenta già incrostazioni stabili sul fondo, si può tentare un lavaggio straordinario riempiendo la cavità con una soluzione di acqua tiepida distillata e aceto bianco in parti uguali, lasciando agire la miscela per non più di due ore per sciogliere il calcare senza aggredire il silicio. Infine, per la movimentazione sicura del pezzo, data la sua considerevole massa, occorre sempre afferrare il vaso con entrambe le mani stringendo il corpo centrale ovoidale, senza mai sollevarlo per l'orlo lobato superiore, il quale rappresenta la porzione strutturalmente più sottile e delicata dell'intera composizione vitrea.

Bibliografia di riferimento modello Chicago

Aloi, Roberto. Esempi di decorazione moderna di tutto il mondo: Vetri d'oggi. Milano: Hoepli, 1955.

Barovier Mentasti, Rosa. Il vetro veneziano dal Medioevo al Novecento. Milano: Electa, 1982.

Deboni, Franco. I vetri di Venini. Torino: Allemandi, 2007.

Dorigato, Attilia. Il vetro di Murano. Milano: Electa, 2002.

Hoveler, Susanne. Murano Glass: Themes and Variations (1910-1970). London: Antique Collectors' Club, 2016.

Krish, Helmut, e Rosa Barovier Mentasti. Alfredo Barbini: Maestro Vetraio. Venezia: Arsenale Editrice, 1993.

Romanelli, Giandomenico, a cura di. Ars Cenedese: La grande tradizione del vetro sommerso. Venezia: Marsilio, 2011.