Scultura in vetro sommerso foca di Walter Furlan - scheda tecnica e descrittiva

Scultura in vetro sommerso foca di Walter Furlan - scheda tecnica e descrittiva

Scheda descrittiva sintetica
  • Titolo dell'opera: Foca
  • Autore: Walter Furlan (1931-2018)
  • Luogo di produzione: Murano, Venezia (Italia)
  • Epoca e datazione: circa 1960 - 1970
  • Materia e tecnica: vetro pieno lavorato a massello, colorazione sommersa con ossidi di ferro e biossido di manganese
  • Dimensioni: 25 x 15 x 14h cm
  • Iscrizioni e marchi: firma autografa "Furlan Walter" incisa a freddo con punta di diamante sulla base d'appoggio
  • Stato di conservazione: ottimo; presenza di micro-graffi fisiologici da posizionamento sulla base coerenti con l'epoca del manufatto
  • Descrizione critica: rara scultura zoomorfa d'autore in vetro artistico di Murano raffigurante una foca in posizione dinamica. L'opera si distingue per l'eccezionale esecuzione a massello, tecnica ad alto coefficiente di difficoltà che modella il vetro pieno a caldo. La raffinata tavolozza cromatica vira su toni grigio-fumè e verdi-olivastri, ottenuta attraverso un calibrato equilibrio chimico tra ossidi metallici. La silhouette modernista predilige una linea continua e flessuosa, ponendosi storicamente in perfetto equilibrio tra il monumentalismo materico di Alfredo Barbini e l'astrattismo geometrico di Livio Seguso. Un pezzo unico da collezione, ampiamente storicizzato e ideale per l'alta antiquariato e il modernismo internazionale.

 

 

Il bestiario d'arte di Walter Furlan: analisi critico-formale, epigrafica e storico-mercatale della scultura denominata Foca

Introduzione

La scultura zoomorfa in esame rappresenta una figura di foca adagiata su una superficie lignea, mirabile manufatto realizzato dal maestro vetraio Walter Furlan. L'opera si inserisce pienamente all'interno della ricca produzione plastica della metà del Novecento a Murano, un'epoca d'oro in cui l'isola lagunare ha saputo ridefinire i confini della propria secolare tradizione. Questo specifico lavoro testimonia una transizione cruciale e affascinante, quella che ha visto il definitivo superamento delle istanze decorative storiche veneziane in favore della nascita di un linguaggio scultoreo del tutto autonomo, moderno e rigorosamente svincolato dal mero funzionalismo dell'oggetto d'uso o del complemento d'arredo tradizionale. Attraverso una raffinata opera di sintesi geometrica e un controllo quasi magico della materia allo stato fluido, l'artefice è riuscito a trasporre le qualità dinamiche dell'ambiente marino in un blocco vitreo ad alto impatto volumetrico. L'animale non viene semplicemente ritratto, ma viene evocato nella sua essenza cinetica, catturando lo sguardo del fruitore attraverso un gioco continuo di riflessi che simulano la superficie bagnata del mammifero nel suo habitat naturale.

  1. Profilo biografico e contesto storico dell'autore

Walter Furlan nasce a Chioggia nel 1931 e si accosta giovanissimo alle fornaci muranesi guidato da una stringente necessità familiare. Rimasto orfano di padre in giovane età a causa degli eventi bellici del secondo conflitto mondiale, il piccolo Walter si trova improvvisamente a dover ricoprire il ruolo di capofamiglia per sostenere la madre e il fratello minore. Questo precoce ingresso nel mondo del lavoro lo porta a calpestare la terra battuta delle fornaci più importanti dell'isola, a partire dalla celebre VAMSA, dove inizia un rigoroso apprendistato sotto l'ala protettiva di Romano Tosi, una delle figure più carismatiche e tecnicamente dotate della laguna, universalmente noto nell'ambiente con il soprannome di Mamaracio. Fu proprio in questo contesto di severa ma preziosa bottega che il giovane Furlan iniziò a rubare con gli occhi i segreti della lavorazione a caldo, assimilando una disciplina ferrea che univa la fatica fisica alla più alta speculazione estetica.

Con la fine della guerra e la successiva chiusura della VAMSA, il percorso formativo di Furlan prosegue presso la vetreria di Gino Cenedese. In questo nuovo ambiente il giovane ha il privilegio di lavorare fianco a fianco con maestri leggendari, primo fra tutti Alfredo Barbini, ma anche Gino Forte, affettuosamente chiamato Peta dai colleghi di bacheca. La concentrazione di talenti all'interno della Cenedese crea un ecosistema unico, un vero e proprio laboratorio di sperimentazione dove Furlan sviluppa una dedizione instancabile unita a un talento cristallino che lo porterà a ricevere il titolo di maestro ad appena vent'anni.

Un aneddoto celebre della sua biografia artistica racconta di come, all'inizio degli anni Cinquanta, il giovane maestro rimase folgorato dall'incontro con le riproduzioni delle opere d'avanguardia europee, in particolare quelle di Pablo Picasso, Joan Mirò, Amedeo Modigliani e Marc Chagall. Questa fascinazione intellettuale lo spinse, nel corso della sua matura carriera, a tentare una scommessa apparentemente impossibile, tradurre la bidimensionalità della pittura cubista e l'onirismo novecentesco nella tridimensionalità plastica del vetro massiccio. L’opera qui analizzata riflette proprio la sensibilità artistica maturata in quegli anni di fervore, un periodo d'oro caratterizzato da collaborazioni con prestigiose realtà d'esportazione come Salviati e Pauly, per le quali Furlan realizzò raffinati esemplari zoomorfi destinati a un mercato internazionale colto, affascinato dal rigore delle forme nordiche e polari.

  1. Analisi morfologica e dimensionale

Da un punto di vista puramente spaziale, l'opera si sviluppa secondo precise misurazioni tridimensionali, con una lunghezza di venticinque centimetri, una profondità di quindici centimetri e uno slancio verticale di quattordici centimetri. All'interno di questa gabbia proporzionale è la dimensione orizzontale a dettare il ritmo compositivo principale, assecondando con naturalezza l'anatomia allungata e affusolata del mammifero marino. La spinta verticale si concentra invece interamente nella fiera torsione del collo e nel sollevamento del muso, il quale è rivolto verso l’alto in un atteggiamento che evoca il momento tipico dell'emersione dall'acqua o dell'allerta sensoriale.

Questa precisa scelta plastica permette di spezzare la staticità intrinseca del pesante blocco vitreo di partenza, imprimendo alla scultura una linea di forza diagonale e ascensionale. Le pinne anteriori e posteriori non sono semplici appendici decorative, ma svolgono un ruolo strutturale fondamentale, fungendo da punti di scarico del peso e da elementi di raccordo formale con il piano d'appoggio ligneo. L'osservatore è invitato a ruotare attorno all'oggetto per apprezzare come la linea di contorno non si interrompa mai, scorrendo fluida dalla punta del naso fino all'estremità della coda in un continuum grafico di rara eleganza.

  1. Aspetti tecnologici e la lavorazione a massello

La genesi di questo manufatto è legata alla complessa tecnica della lavorazione a massello, una metodologia esecutiva che rappresenta una delle sfide più temute e al contempo gratificanti per un maestro muranese. A differenza del vetro soffiato tradizionale, che fa della leggerezza e del vuoto interno la propria cifra stilistica, il massello prevede la modellazione diretta e interamente a caldo di una massa vitrea piena, pesante e priva di cavità d'aria. Si tratta di una vera e propria lotta corpo a corpo tra l'artigiano e la materia incandescente, la quale deve essere continuamente ruotata sulla canna da lavoro o sul pontello per evitare che la forza di gravità ne provochi il collasso o la deformazione incontrollata.

Lavorare il vetro pieno richiede una rapidità esecutiva straordinaria e una profonda conoscenza empirica della termodinamica. Il maestro deve saper calcolare a occhio nudo il calo termico del nucleo interno rispetto alla superficie esterna, poiché se il massello si raffredda troppo velocemente o in modo non uniforme, le tensioni molecolari interne accumulate provocano l'esplosione distruttiva del pezzo, un evento che in fornace veniva vissuto come un vero e proprio dramma creativo dopo ore di faticosa manipolazione. Per dare forma alle pinne della foca e alla caratteristica striatura geometrica degli arti inferiori, Furlan ha utilizzato i ferri corti della tradizione, come i borselle e le tagianti, intervenendo sul vetro a temperature vicine ai mille gradi prima del definitivo e lento passaggio nei forni di raffreddamento, noti come muffole.

  1. Chimica del vetro e la genesi dei toni fumè e olivastri

La raffinata tavolozza cromatica della scultura, dominata da profonde inclusioni grigio-fumè e da calde sfumature olivastre, non è il frutto di una colorazione superficiale o di un'applicazione a freddo, ma costituisce il risultato di precise e affascinanti reazioni chimiche di ossidoriduzione che avvengono all'interno del crogiolo a temperature superiori ai milletrecento gradi. Nella tradizione vetraria di Murano, il colore è una scienza complessa che richiede il dosaggio millimetrico di ossidi metallici purissimi all'interno della miscela base di silice, soda e calce.

Le tonalità verdi e olivastre che caratterizzano il corpo della foca derivano principalmente dall'introduzione controllata di ioni di ferro. All'interno della massa vetrosa fusa, il ferro tende a coesistere in due diversi stati di ossidazione chimica, ognuno dei quali possiede uno specifico comportamento spettroscopico. Lo ione ferroso bivalente genera una colorazione blu-azzurra molto intensa, mentre lo ione ferrico trivalente produce una tonalità gialla o marrone-giallastra dal potere colorante più attenuato. Per ottenere l'esatta sfumatura oliva, così amata dal design degli anni Sessanta e Settanta, i maestri dovevano calibrare perfettamente l'atmosfera interna del forno, mantenendola parzialmente ossidante in modo da bilanciare la presenza simultanea delle due specie chimiche.

In questo delicato equilibrio interviene il biossido di manganese, un composto storicamente celebrato nelle cronache muranesi con l'appellativo di sapone dei vetrai a causa della sua capacità di ripulire il vetro dalle impurezze. Il manganese agisce innanzitutto come agente ossidante, cedendo ossigeno al bagno fuso e favorendo la trasformazione del ferro ferroso nel più tenue ferro ferrico, attenuando così la dominante azzurra della sabbia silicea. Tuttavia, se introdotto in dosi calcolate e superiori rispetto al semplice bisogno di decolorazione, lo ione manganese manifesta un proprio potere cromatico virando verso il viola-ammetista.

Nella scultura di Furlan si compie così un piccolo miracolo chimico, la parziale sovrapposizione ottica tra l'assorbimento giallo del ferro ferrico e l'assorbimento violaceo del manganese provoca una mutua cancellazione cromatica parziale. Questo fenomeno genera uno spettro d'assorbimento quasi piatto che l'occhio umano non percepisce come un colore netto, bensì come una calda, morbida e avvolgente tonalità fumè. Lo spessore monumentale del massello amplifica l'effetto, agendo come un filtro d'intensità variabile che accumula il colore nelle zone di massimo spessore del tronco e lo dirada fino alla quasi totale trasparenza in corrispondenza del muso e delle estremità delle pinne.

  1. Analisi comparativa con le ricerche di Alfredo Barbini e Livio Seguso

Per comprendere appieno la statura artistica e l'originalità di questa scultura è necessario istituire un serrato confronto critico con le ricerche coeve condotte dai due massimi innovatori del vetro pieno novecentesco, ovvero Alfredo Barbini e Livio Seguso. Il panorama muranese dell'epoca era caratterizzato da una vivace competizione intellettuale, dove ogni bottega cercava di sviluppare una propria via verso la modernità plastica attraverso l'uso del massello.

Il confronto con Alfredo Barbini rivela una profonda vicinanza tecnica ma una divergente sensibilità formale. Barbini prediligeva un approccio allo zoomorfismo che potremmo definire primitivista e monumentale. Nelle sue sculture di uccelli, pesci o mammiferi marini, la materia vitrea veniva trattata con spessori imponenti e superfici spesso corrose o acidate, riducendo l'animale a un idolo statico e senza tempo, quasi una pietra preziosa scolpita dalla forza degli elementi. Furlan, pur avendo assimilato da Barbini la capacità di dominare le grandi masse di vetro durante gli anni comuni alla Cenedese, sceglie una strada più lirica e flessuosa. La sua foca non possiede la severa immobilità delle opere barbiniane, ma conserva una sinuosità anatomica e una levigatezza superficiale che ne esaltano la grazia naturale e la mobilità ideale.

Di contro, il dialogo ideale con Livio Seguso proietta l'opera verso i territori dell'avanguardia astratta. Seguso, muovendosi tra la fine degli anni Settanta e l'inizio del decennio successivo, avvia un processo di radicale epurazione formale che lo porterà ad abbandonare progressivamente ogni riferimento al dato naturale, concentrandosi sulla creazione di pure geometrie in cristallo trasparente accostate a materiali industriali come l'acciaio o il marmo. La foca di Furlan si colloca felicemente in una posizione mediana e conscia, condivide con Seguso l'assoluta pulizia delle linee e il rifiuto del dettaglio aneddotico o bozzettistico, ma rifiuta l'approdo all'astrattismo geometrico puro. Furlan decide di restare fedele alla figurazione, utilizzando la fluidità del vetro non per negare la natura, ma per celebrarla nella sua dimensione più nobile ed essenziale.

  1. Il mercato antiquario e collezionistico dei vetri a massello

Il mercato internazionale dell'antiquariato e del modernismo d'alta gamma ha tributato, nel corso degli ultimi tempi, una straordinaria e meritata rivalutazione critica ed economica nei confronti delle sculture a massello realizzate a Murano durante i decenni centrali del ventesimo secolo. Questo fenomeno risponde a un radicale mutamento del gusto collezionistico e a una più matura consapevolezza storica da parte degli esperti del settore.

Negli anni Sessanta e Settanta, la presentazione di queste imponenti sculture in vetro pieno all'interno di palcoscenici internazionali come la Biennale di Venezia o la Triennale di Milano contribuì in maniera decisiva a sdoganare il manufatto lagunare, traghettandolo dallo status di prodotto dell'artigianato artistico a quello di vera e propria opera d'arte visiva contemporanea. Vetrerie d'avanguardia come Salviati, Cenedese e Seguso Vetri d'Arte alimentarono così un mercato d'élite estremamente lucroso, i cui principali acquirenti erano grandi collezionisti privati nordamericani e raffinati estimatori nordeuropei.

Una curiosità legata a questo mercato riguarda il cambio di paradigma avvenuto tra la fine del secolo scorso e i giorni nostri. Se infatti negli anni Ottanta e Novanta l'interesse dei collezionisti storici si concentrava prevalentemente sul vetro leggero, soffiatissimo e policromo degli anni Venti e Trenta, come i celebri filigranati di Venini o le creazioni trasparenti di Carlo Scarpa, il nuovo millennio ha visto un'autentica esplorazione d'interesse per il massello degli anni Sessanta. La critica d'interni contemporanea ha riconosciuto in queste sculture pesanti e monocrome i perfetti complementi visivi per gli spazi dell'abitare contemporaneo, caratterizzati da un design minimalista e da ampie superfici luminose.

Nelle aste internazionali più prestigiose, le quotazioni di questi manufatti sono regolate da rigidi criteri di rarità, legati alla complessità chimica della colorazione e all'assoluta integrità fisica delle parti più esposte, come le sottili pinne caudali o il muso. In questo scenario, l'elemento che sposta l'ago della bilancia commerciale e garantisce l'eccellenza dell'investimento è la presenza della firma autografa incisa a freddo, un dettaglio che trasforma l'oggetto da una pregevole produzione di fornace a un'opera d'arte unica e storicamente certificata firmata da un grande maestro.

  1. Analisi paleografica ed epigrafica della firma autografa

L'esame ravvicinato condotto sulla base d'appoggio del manufatto offre l'opportunità di formulare importanti considerazioni di carattere epigrafico e paleografico, fondamentali per stabilire l'autenticità e la corretta collocazione cronologica della scultura. L'iscrizione, che reca la dicitura leggibile come Furlan Walter, è stata eseguita a freddo sulla superficie del vetro mediante l'utilizzo di un grafio con punta di diamante. Questa modalità di siglatura rappresenta una consuetudine consolidata tra i migliori maestri muranesi, preferita all'applicazione di marchi a caldo o di etichette cartacee che avrebbero potuto deteriorarsi nel tempo.

L'analisi del ductus rivela un andamento della scrittura estremamente fluido, rapido e sicuro, privo di quelle incertezze, tremolii o ripassature che solitamente caratterizzano le iscrizioni apocrife eseguite in tempi successivi da mani non esperte. La morfologia dei singoli grafemi evidenzia una chiara impronta personale, la lettera iniziale maiuscola del cognome mostra uno slancio verticale notevole che si raccorda senza interruzioni di continuità con le lettere successive, tracciate in un corsivo elegante ed energico. Il nome di battesimo si apre invece con una lettera doppia dai tratti marcatamente geometrici e decisi, che bilancia la rotondità della grafia precedente.

Un dettaglio tecnico di grande interesse risiede nella scelta della collocazione, l'iscrizione è stata posizionata nella porzione centrale e leggermente concava della base. Questa precisa localizzazione ha protetto la firma dall'attrito e dall'usura causati dallo scivolamento dell'oggetto sulle superfici d'arredo nel corso dei decenni, preservando l'integrità del solco inciso. All'interno dell'incisione si riscontra inoltre la presenza di una sottilissima e coeva patina del tempo, la quale coesiste in perfetta armonia con i micro-graffi e le lievissime opacizzazioni fisiologiche della base, confermando in modo inequivocabile che la firma è stata apposta dal maestro al momento stesso dell'uscita della scultura dalla muffola di raffreddamento.

Conclusioni

La Foca di Walter Furlan si profila in ultima analisi come un eccellente e compiuto monumento alla sintesi formale modernista applicata alla scultura vetraria del secondo Novecento lagunare. L'opera dimostra come il maestro sia riuscito a superare i limiti imposti dalla pesantezza intrinseca del massello per attingere a una dimensione di puro lirismo visivo. Attraverso una sapiente orchestrazione che unisce la sapienza geometrica della linea continua alle sottili virtù chimiche degli ossidi di ferro e manganese, l'artefice ha consegnato alla storia del design un oggetto di straordinaria modernità. La firma autografa, analizzata nei suoi aspetti epigrafici, inserisce stabilmente questo esemplare nel ristretto novero dei vetri d'autore storicizzati, confermandone il valore non soltanto come prezioso cimelio collezionistico, ma come autentica testimonianza di quella stagione irripetibile in cui il fuoco e la sabbia di Murano hanno saputo dialogare con le più alte espressioni dell'arte visiva internazionale.