Coppia di Angeli portacero barocchi in Legno di pioppo - scultura lignea lombarda del seicento, ambito comasco
Rara coppia di angeli portacero barocchi in legno di pioppo del Seicento lombardo (ambito comasco). Alti 122 cm, splendida doratura e policromia. Scopri la perizia storica.
Descrizione dell'opera
Splendida coppia di sculture lignee policrome e dorate raffiguranti Angeli portacero (ceroferari), capolavoro della scultura barocca lombarda della seconda metà del Seicento (circa 1660-1690), pienamente ascrivibile all'ambito comasco e all'influenza della celebre dinastia dei Silva della Val d'Intelvi. Scolpite a figura intera, le figure esprimono una fiera posa all'eroica con lo sguardo rivolto al cielo. Ciascun angelo sostiene una lunga cornucopia avvolgente che funge da innesto per il cero, concepita secondo uno schema a chiasmo speculare per l'arredo liturgico di un altare monumentale. I corpi sono rivestiti da una tunica mossa da un panneggio profondo a "luce franta", che lascia scoperte le gambe fino al ginocchio, calzando dettagliati calzari romani. Le figure poggiano su basamenti lignei a foggia di nuvola teofanica grigia, decorati ai quattro angoli da teste di cherubini.
Dati tecnici e diagnostici
- Tipologia: Coppia di sculture d'altare / Angeli ceroferari
- Epoca: Barocco maturo (1660-1690 circa)
- Area geografica: Lombardia, ambito comasco / maestranze intelvesi (Scuola dei Silva)
- Materiale: Legno dolce di pioppo (Populus spp.) antico
- Finitura: Policromia originale e doratura a foglia d'oro su bolo
- Dimensioni: 122 x 30 x 40 cm (singola opera)
- Stato di conservazione: Buono. Il fronte presenta cadute della pellicola pittorica che lasciano intravedere l'ammannitura in gesso. La porzione scapolare posteriore è piena e mostra due scassi geometrici per l'innesto delle ali amovibili. La base presenta uno svuotamento interno a campana. Lungo la corona perimetrale esterna del fondo (alburno) è evidente un attacco biologico da tarlo (Anobium punctatum) storico e stabilizzato. Presenti perni in ferro battuto forgiati a mano con patine di ossidazione profonda (iron gall staining).
L'angelo portacero nel barocco lombardo: studio storico-artistico, formale e materiale di una coppia di sculture lignee policrome di ambito comasco
- Introduzione storico-artistica e contesto culturale
La produzione plastica in legno ha rappresentato una delle espressioni più vive, pervasive e qualitativamente alte della Controriforma cattolica, trovando nel Ducato di Milano e nel territorio lombardo un centro propulsore di primaria importanza. In seguito ai decreti del Concilio di Trento e all’impulso pastorale degli arcivescovi Carlo e Federico Borromeo, l'arredo liturgico subì una radicale riorganizzazione. Gli angeli ceroferari, o portacero, smisero di essere semplici elementi accessori per diventare parte integrante della macchina barocca dell'altare, progettati per catalizzare l'attenzione dei fedeli verso il tabernacolo e amplificare la spettacolarità e l'intento devozionale delle funzioni religiose. La coppia di sculture esaminata, dalle imponenti misure di 122x30x40 cm, si inserisce pienamente in questa ricca tradizione materiale e iconografica del pieno XVII secolo.
- Il contesto socio-politico e culturale dell’ambito comasco e delle botteghe intelvesi
L’ambito comasco del pieno XVII secolo si configurava come una complessa area di frontiera geo-politica e culturale, strettamente legata alle sorti del Ducato di Milano sotto la dominazione spagnola, ma al contempo proiettata verso il mondo transalpino. La Diocesi di Como controllava un territorio vastissimo, esteso dalle sponde del lago fino ai baliaggi svizzeri, fungendo da avamposto strategico della cattolicità. Dal punto di vista socio-politico, la seconda metà del Seicento fu segnata da una complessa ripresa economica dopo la devastante epidemia di peste del 1630.
Le botteghe artigianali e le maestranze d'intaglio — molte delle quali collocate nella costellazione di paesi della Val d'Intelvi, del Canton Ticino e del bacino lacustre — riorganizzarono i propri statuti corporativi. Famiglie di artefici di straordinario rilievo, tra cui spicca la celebre dinastia dei Silva di Morbio Superiore (con esponenti del calibro di Agostino, Francesco e Giovan Francesco Silva), insieme ai Barberini e ai Taurino, instaurarono un fitto monopolio nella produzione di apparati plastici sia in stucco che in legno. L'arte non era un fatto puramente estetico, ma un veicolo di prestigio politico per le oligarchie locali e per i corpi civici, i quali finanziavano la modernizzazione delle chiese parrocchiali per riaffermare la propria fedeltà alla Corona di Spagna e al governo di Milano.
- La Riforma cattolica e l’aspetto religioso nel tessuto locale
La profonda religiosità del tessuto locale comasco era governata dall'applicazione rigorosa dei decreti tridentini, ereditata dal magistero borromaico e difesa con fermezza dai vescovi della Diocesi di Como, come Feliciano Ninguarda e Lazzaro Carafino. La vita quotidiana delle comunità lacustri e valligiane era interamente scandita dalle attività delle confraternite laiche, in particolare quelle del Santissimo Sacramento e del Rosario. Queste associazioni devozionali divennero i principali committenti della statuaria lignea.
La devozione locale si concentrava sull'esaltazione del dogma eucaristico, costantemente minacciato dalla vicinanza geografica con i territori riformati svizzeri (calvinisti e zwingliani). La coppia di angeli portacero esaminata risponde esattamente a questa urgenza dottrinale: la luce dei loro ceri doveva glorificare l'altare del Sacramento. La Chiesa locale sfruttava la drammaticità barocca per educare e commuovere il fedele. La posa all'eroica di questi angeli, i loro volti estatici rivolti al cielo e il dinamismo delle vesti servivano a tradurre visivamente il concetto teologico della vicinanza tra il mondo terreno e quello celeste, trasformando le creature angeliche in guardiani dell'ortodossia.
- Cronache di bottega, aneddoti e rivalità artigiane nella Val d'Intelvi
Dietro la solennità di questi manufatti si cela il microcosmo pulsante e iper-competitivo dei Magistri intelvesi, un tessuto di botteghe a conduzione familiare regolato da una rigida trasmissione ereditaria dei segreti tecnici. I registri d'archivio delle parrocchie comasche e luganesi dell'epoca sono ricchi di dispute legali, carteggi e "guerre dei prezzi" che restituiscono la vivida realtà umana dietro l'intaglio sacro.
Un aneddoto frequente nelle cronache seicentesche riguarda i serrati collaudi a cui le fabbricerie sottoponevano le sculture prima del saldo finale. Spesso si nominavano scultori di parrocchie rivali per giudicare l'opera: non erano rari i casi in cui un perito concorrente accusava il rivale di aver utilizzato legno "verde" (non stagionato) o di aver nascosto i difetti nodali del pioppo sotto strati eccessivi di gesso, scatenando lunghe contese legali.
Esisteva inoltre una radicata tradizione di "spionaggio industriale" tra le famiglie d'intagliatori: i garzoni di bottega venivano talvolta mandati nelle chiese vicine per copiare di nascosto i disegni delle chiome o l'andamento dei panneggi dei maestri più quotati, come i Silva. Questo spiega l'affascinante trasmigrazione di modelli grafici e la parziale omogeneità stilistica riscontrabile in tutta l'area prealpina, dove un'invenzione felice — come il drappeggio spezzato che scopre il ginocchio — diventava rapidamente un patrimonio visivo condiviso, riprodotto a furor di popolo dalle comunità locali desiderose di non sfigurare davanti alla parrocchia vicina.
- Analisi iconografica: l'angelo, la cornucopia e l'apparato allegorico
L'opera è concepita a figura intera e scolpita a tuttotondo, una soluzione che garantiva una perfetta leggibilità volumetrica da molteplici punti di vista all'interno dello spazio sacro chiesastico. L'impianto figurativo fonde mirabilmente motivi biblici e citazioni classicheggianti. L’angelo non regge un tradizionale candeliere fiorito, bensì una lunga cornucopia. Questo attributo, tipico dell'iconografia pagana associata all'abbondanza (l'unione mitologica del corno della capra Amaltea), viene qui pienamente cristianizzato. Nel contesto liturgico barocco, la cornucopia ricolma che funge da innesto per il cero non simboleggia la ricchezza terrena, ma la sovrabbondanza della Grazia Divina, l'infinità della luce di Cristo e il nutrimento spirituale dell'Eucaristia. Il movimento serpentinato del corno, che avvolge sinuosamente la figura passando dietro la schiena per poi essere innalzato trionfalmente, funge da vero e proprio motore compositivo, enfatizzando la verticalità e il dinamismo barocco dell'insieme.
- Curiosità storiche sulla cornucopia liturgica e i "miracoli della cera"
L'uso della cornucopia in luogo del fusto metallico o del candeliere ligneo tradizionale rappresenta una raffinata stravaganza intellettuale del Barocco maturo, ma nasconde anche risvolti legati alla prassi devozionale dell'epoca. Nei secoli XVII e XVIII, la gestione delle candele d'altare non era una semplice incombenza pratica, bensì un centro di spesa e di simbolismo rituale cruciale, governato dalle confraternite. La cera d'api pura, obbligatoria per i ceri liturgici secondo le disposizioni borromaiche, era un bene di lusso assoluto, spesso oggetto di furti e contrabbando.
Una curiosità legata a questa tipologia scultorea riguarda i fusti a cornucopia: la curvatura del legno che avvolgeva la schiena dell'angelo richiedeva un calcolo millimetrico per evitare che il calore della fiamma e il gocciolamento della cera calda danneggiassero la preziosa doratura a foglia d'oro della veste sottostante. Per ovviare a questo problema, all'interno dell'imboccatura superiore della cornucopia veniva inserito un cilindro metallico a scomparsa (detto "bocciolo" o "padella"), che raccoglieva i residui fusi.
Nelle credenze popolari delle campagne comasche, i residui di cera benedetta estratti dai portacero angelici durante le festività pasquali o del Corpus Domini venivano considerati taumaturgici: i fedeli facevano a gara per ottenerne piccoli frammenti da fondere in amuleti casalinghi contro le tempeste e le grandinate che minacciavano i raccolti del lago.
- Struttura formale, panneggio e dinamismo corporeo
Dal punto di vista formale e stilistico, la scultura esprime una posa fiera, solenne e monumentale. Il peso del corpo è distribuito secondo un calcolato schema contrapposto che rompe la staticità del blocco ligneo. La veste è costituita da una lunga tunica finemente intagliata, caratterizzata da un panneggio profondo, tormentato da pieghe aggettanti e taglienti che catturano e rifrangono la luce, generando quell'effetto di luce franta tipico delle soluzioni d'intaglio dei maestri intelvesi. Il taglio audace della gonna, che lascia scoperte le gambe sul davanti fino al ginocchio, e i dettagliati calzari romani (cothurni) che rivestono i piedi rimandano direttamente alla voga dell'abbigliamento all'eroica o all'antica. Sul petto si staglia una vistosa decorazione con una testina di cherubino in rilievo che stringe il tessuto della veste, un dettaglio raffinato che funge sia da elemento decorativo sia da sigillo teologico sulla natura celeste della creatura. Il volto dell'angelo, incorniciato da una folta chioma con capelli mossi e vigorosamente intagliati, è rivolto con pathos espressivo verso l'alto, legando drammaticamente lo spazio plastico della statua alla luce metafisica proveniente dal cielo o dalle architetture della chiesa.
- Il chiasmo compositivo e l'equilibrio della coppia speculare
La seconda scultura della coppia manifesta con assoluta chiarezza il principio barocco della corrispondenza speculare, fondamentale per la progettazione dei complessi d'altare del Seicento lombardo. Mentre nel primo esemplare la spinta dinamica è affidata all'innalzamento del braccio destro, nella seconda opera l'azione si inverte in modo rigorosamente simmetrico: l'angelo sostiene con la mano sinistra alzata la lunga cornucopia, la quale compie un movimento avvolgente passando dietro la schiena e convergendo verso la mano destra opposta. Questo impianto genera un perfetto schema a chiasmo se le due sculture vengono collocate ai lati del tabernacolo o dell'ancona dell'altare. I due angeli non sono concepiti come entità isolate, ma come un'unica macchina scenica teatrale. Lo sguardo di questo second'angelo è anch'esso rivolto con pathos verso l'alto, ma con una leggera inclinazione che, se contrapposta alla prima figura, focalizza l'attenzione dello spettatore verso il punto centrale dello spazio sacro, esaltando la convergenza visiva e spirituale dell'architettura barocca.
9. Analisi materiale e ingegneria costruttiva: la scultura a blocco pieno e la base svuotata a campana
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La visione diretta del retro e della sezione inferiore d'appoggio rivela una specifica tecnica costruttiva, tipica dell'ingegneria lignea barocca prealpina per le figure di grandi dimensioni. Lo scultore ha lavorato il tronco di pioppo (Populus spp.) mantenendo il corpo dell'angelo interamente a blocco pieno e non svuotato. La porzione scapolare dorsale mostra una sbozzatura sintetica a colpi larghi di sgorbia, sulla quale spiccano due scassi geometrici rettangolari intagliati a scalpello per l'innesto delle ali amovibili (andate perdute).
L'analisi del fondo rivela che lo svuotamento a campana interessa esclusivamente l'interno del basamento a nuvola. Questa cavità perimetrale serviva ad alleggerire la base e a scaricare le tensioni igrometriche del legno nel punto di massimo spessore. La scultura soprastante, rimasta piena per garantire la massima resistenza strutturale alle spinte della cornucopia, è ancorata e solidarizzata al basamento sottostante tramite grandi chiodi e perni storici in ferro battuto forgiati a mano. Questi elementi metallici di giunzione, visibili all'interno della cavità, mostrano profonde patine di ossidazione che hanno mineralizzato il pioppo circostante, sigillando l'unione coeva dei due elementi.
- Studio di dettaglio dei basamenti e della microscultura
Il piedistallo quadrangolare è concepito come parte integrante della narrazione sacra, modellato a foggia di una nuvola grigia che funge da espressione volumetrica del cielo teofanico. Ai quattro angoli del plinto emergono visi di cherubini in altorilievo che rivelano una notevole qualità esecutiva. I tratti somatici mostrano occhi palpebrati, gote pronunciate e labbra dischiuse in una vibrante resa naturalistica, affiancati da un festone drappeggiato a guisa di ghirlanda sul fronte del blocco. I riccioli plastici e vigorosamente sbozzati indicano la piena ricezione del linguaggio retorico e patetico del Barocco maturo della seconda metà del Seicento (circa 1660-1690). Sotto il profilo strettamente plastico, la morbidezza atmosferica della nuvola contrasta nettamente con la lucentezza delle vesti soprastanti, esaltando per antitesi volumetrica la leggerezza aerea della creatura celeste sospesa sulla massa vaporosa del proprio basamento ligneo originale.
- Lo stato di conservazione e la stratigrafia pittorica
Il microscopio ravvicinato evidenzia una ricca sovrapposizione di strati cromatici e documenta la complessa vicenda conservativa dei beni. Sulla superficie della nuvola e dei volti affiorano tracce della doratura originale a foglia stesa su bolo, parzialmente coperta o integrata da successive patinature storiche nei toni dell'ocra, del grigio e del bruno. Nei fori del retro e sotto la base affiorano residui di perni in ferro battuto che esibiscono una patina di ossidazione profonda, caratterizzata da un colore bruno-rossastro scuro, opaco e stratificato (magnetite e goethite). Attorno ai punti di innesto dei perni, le fibre del legno di pioppo mostrano un alone scuro di transizione cromatico-chimica (iron gall staining), causato dalla reazione secolare tra l'ossido di ferro e l'umidità.
La superficie lignea mostra i fisiologici segni del tempo, con diffuse cadute di colore e microscrostature che lasciano intravedere l'ammannitura (lo strato di preparazione in gesso bianco) sottostante. Si riscontra un forte deposito di polvere coerente e patine storiche sedimentate all'interno delle cavità e delle sgorbiature posteriori. Sulle superfici grezze e in special modo lungo la corona perimetrale esterna della base (l'alburno più morbido) si nota un fitto attacco biologico xilofago da tarlo (Anobium punctatum), oggi stabilizzato, che ha ridotto il legno a una caratteristica trama a gallerie, testimonianza visiva inconfutabile dell'età del manufatto.
- Ipotesi sulla collocazione originaria definitiva
Incrociando l'altezza monumentale (122 cm), la funzione illuminotecnica della cornucopia, l'ingegneria strutturale del retro portante munito di alloggiamenti per le ali e il fondo svuotato, si esclude categoricamente l'ipotesi di una collocazione su una balaustra presbiteriale libera a 360°. L'opera era tassativamente progettata per una visione frontale o leggermente angolata. Le statue erano originariamente addossate alle pareti di una grande macchina d'altare monumentale di ambito comasco, inserite entro nicchie laterali o poste sopra i capialtare e i cornicioni spezzati ai lati del tabernacolo centrale, dove fungevano da quinte teatrali fisse per incorniciare lo spazio liturgico operativo ed esaltare visivamente la transizione prospettica verso la custodia eucaristica.
- Conclusioni critiche
In conclusione, la coppia di angeli portacero esaminata rappresenta un'eccellente e coerente testimonianza della manifattura barocca lombarda del pieno Seicento di ambito comasco, fortemente influenzata dai modelli plastici delle botteghe intelvesi. La capacità di mantenere una straordinaria coerenza proporzionale pur variando specularmente la postura e l'andamento della cornucopia dimostra che la bottega operava su disegni progettuali rigorosi. La robustezza della struttura anatomica, il vigore dell'intaglio del legno e l'espressività patetica dei volti distaccano l'opera dai coevi esiti barocchi romani o da quelli più decorativi di scuola napoletana. L'opera si configura come un documento visivo di altissimo rilievo, capace di sintetizzare perfettamente il rigore della devozione controriformista con la spettacolare teatralità formale che definisce la stagione d'oro del Seicento settentrionale.
Bibliografia di riferimento
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