Mensola d'angolo barocchetto genovese in legno intagliato e dorato con putto alato
"Rara mensola d'angolo (cul-de-lampe) in stile barocchetto genovese dei primi del Settecento. Legno intagliato e dorato a foglia d'oro zecchino con putto alato. Misure 50x50x70 h cm. Alta ebanisteria ligure d'epoca." /> <meta name="keywords" content="mens
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Mensola d'angolo barocchetto genovese in legno intagliato e dorato con putto alato

"Rara mensola d'angolo (cul-de-lampe) in stile barocchetto genovese dei primi del Settecento. Legno intagliato e dorato a foglia d'oro zecchino con putto alato. Misure 50x50x70 h cm. Alta ebanisteria ligure d'epoca." /> <meta name="keywords" content="mens
Scheda descrittiva sintetica 
  • Oggetto: Mensola d'angolo monumentale (cul-de-lampe)
  • Epoca: Primi del diciottesimo secolo (circa 1720–1730)
  • Area geografica: Genova, Liguria (Italia)
  • Stile: Barocchetto genovese (Rococò ligure della Reggenza)
  • Materiale: Legno di tiglio o cirmolo riccamente intagliato a giorno, ammannitura in gesso di Bologna, bolo armeno rosso, doratura a foglia d'oro zecchino con doppia finitura (parti brunite ad agata e parti morte/opache); incarnato del putto in policromia chiara opaca color avorio.
  • Soggetto: Figura centrale di putto o spiritello alato in forte aggetto, incastonato tra racemi, grandi rose selvatiche a tutto tondo e volute maestre a foglia d'acanto accartocciata.
  • Dimensioni: 50 cm larghezza x 50 cm profondità x 70 cm altezza (50x50x70 h cm)
  • Stato di conservazione: Eccellente stato strutturale. Patina originale d'epoca con parziale e naturale affioramento del bolo rosso sottostante nei punti di massima cresta; lievi e sane fessurazioni igrometriche naturali del legno lungo le fibre, coerenti con l'antichità e l'autenticità del pezzo. Nessun rifacimento moderno o uso di stucco industriale.
  • Riferimenti museali: Tipologia d'arredo confrontabile per sintassi d'intaglio e morfologia scultorea con le consolles e le appliques d'apparato conservate presso le collezioni storiche di palazzo Rosso e palazzo Spinola a Genova.

 

 

Il trionfo della linea sinuosa: la mensola d'angolo dorata e intagliata con putto nel barocchetto genovese

Introduzione: genesi di un micro-universo scultoreo

Nell’ambito della storia delle arti decorative europee, l’arredo d’angolo rappresenta una delle sfide progettuali più complesse per l'ebanisteria e l’arte d’intaglio. Questa tipologia di arredo, comunemente denominata angoliera nella sua declinazione a terra o “cul-de-lampe” quando si presenta come mensola pensile ancorata a muro, nasce da una precisa e impellente esigenza architettonica, ovvero quella di valorizzare gli spazi interstiziali e gli angoli bui dei saloni patrizi. Nel corso del diciottesimo secolo, questo manufatto evolve radicalmente, trasformandosi da semplice elemento funzionale destinato a riempire un vuoto spaziale a vero e proprio manifesto plastico e scenografico.

L’esemplare in esame, una mensola d’angolo in legno intagliato e dorato dominata dalla figura centrale di un putto, si colloca idealmente all'intersezione tra la grande scultura lignea da parata e la decorazione d'apparato più raffinata. Questo saggio intende analizzare l'opera attraverso una lente d'ingrandimento storico-critica, esaminandone la morfologia complessiva, le peculiarità stilistiche della scuola ligure, l'apparato organico e le tecniche esecutive. Una particolare attenzione viene dedicata alle vicende delle botteghe del tempo, i cui segreti venivano tramandati con gelosia e rigorosamente protetti da rigidi statuti corporativi.

  1. Profilo tipologico e architettura del mobile d'angolo

La mensola d’angolo dorata con fusto a piramide invertita e terminazione inferiore non risponde soltanto a requisiti di pura utilità, ma si configura come un sofisticato elemento di mediazione spaziale. La visione d’insieme svela una struttura aerea monumentale vincolata a muro che racchiude un volume spaziale definito dalle misure di cinquanta centimetri di larghezza, cinquanta centimetri di profondità e settanta centimetri di altezza complessiva. Questa precisa coordinata volumetrica satura l'angolo murario, accentuandone la spinta ascensionale nella parte superiore e lo slancio piramidale verso il basso nella sezione terminale. L'asse verticale è interamente dominato da un fusto abilmente traforato che agisce come una sorta di telamone spiritualizzato, interamente deputato a sorreggere la grande fascia sottopiano sagomata. La transizione tra i diversi piani si sviluppa attraverso linee spezzate e raccordi a ricciolo, concepiti espressamente per catturare la flebile luce delle candele d'ambiente e proiettarla nelle zone d'ombra tipiche degli angoli architettonici dei palazzi nobiliari.

Un aneddoto affascinante legato a questa specifica tipologia d'arredo riguarda le rigide consuetudini della nobiltà genovese nel disporre le stanze da parata. Spesso questi mobili venivano commissionati in serie o in coppie simmetriche per adornare i quattro angoli di una sala da ballo o di un boudoir. Curiosamente, nei registri inventariali dell'aristocrazia ligure, questi arredi non venivano registrati semplicemente come mobili, bensì sotto la voce di beni immobili o parati fissi, in quanto la loro progettazione era talmente legata al disegno geometrico della stanza e degli stucchi d'angolo da renderli parte integrante delle pareti stesse. Spostare una simile mensola in un altro palazzo significava quasi sempre doverne riadattare i marmi e le curvature, compromettendo la perfetta armonia visiva originaria.

  1. La specificità ligure: il barocchetto genovese nei primi del settecento

L'analisi morfologica complessiva permette di ancorare stabilmente il manufatto all'ambito della manifattura ligure della prima metà del diciottesimo secolo, nel momento di massima fioritura del cosiddetto barocchetto genovese. In questo specifico crinale cronologico, Genova elabora una declinazione del tutto autoctona del gusto d'oltralpe, accogliendo le istanze di grazia, asimmetria e leggerezza provenienti dalla Francia della Reggenza, senza tuttavia rinunciare alla robustezza plastica e alla vibrante espressività tipica della tradizione locale seicentesca. Questa tradizione era legata a filo doppio a grandi maestri della scultura como Filippo Parodi e lo stesso pittore Domenico Piola, che influenzò profondamente gli intagliatori con i suoi disegni fluttuanti ed esuberanti.

Le botteghe dei bancalari e degli intagliatori genovesi dimostrano in quest'opera una straordinaria perizia nel curvare il legno secondo linee scattanti e nervose. Nelle mensole d'apparato di questa scuola, l'ornato si fa straordinariamente aereo. Le volute non sono elementi semplicemente giustapposti, ma segmenti di una linea continua che si avvolge su se stessa con un dinamismo ondulatorio che evoca, in modo quasi subliminale, il movimento e l'energia delle onde marine. L'inserimento del putto a tutto tondo riflette la medesima teatralità che governava le maestose gallerie degli specchi dei palazzi di via Balbi e strada Nuova. In questo modo, il fasto aristocratico e la ricchezza della Repubblica di Genova venivano tradotti in un microcosmo d'arredo domestico di altissimo livello.

A livello storico, è interessante notare come la Repubblica di Genova avesse emanato delle severe leggi suntuarie volte a limitare l'ostentazione della ricchezza, proibendo l'uso eccessivo di broccati dorati e finiture preziose nell'abbigliamento e nelle carrozze. Tuttavia, i nobili genovesi aggiravano astutamente queste proibizioni riversando i loro immensi capitali nell'arredamento interno dei loro palazzi privati. Poiché i saloni erano accessibili solo a una cerchia ristretta di ospiti e diplomatici stranieri, l'uso dell'oro zecchino sulle mensole d'angolo e sulle consolles non cadeva sotto i severi controlli dei magistrati suntuari, trasformando l'arredo intagliato nel canale prediletto per celebrare il rango della famiglia.

  1. Il putto nell'affresco ligure: le suggestioni di Domenico Piola e Gregorio De Ferrari

Per comprendere appieno la fisionomia e la postura del putto intagliato sulla mensola, è indispensabile metterlo in diretta relazione con lo straordinario sviluppo che questa figura subisce nella pittura ligure a fresco tra la fine del seicento e i primi del settecento. In nessun’altra scuola pittorica italiana, infatti, il putto acquisisce una valenza così strutturale e coreografica come nelle grandi imprese decorative genovesi guidate da Domenico Piola e dal suo geniale genero Gregorio De Ferrari. Questi due maestri trasformano radicalmente il retaggio dei putti “carnosamente” barocchi di ascendenza romana o emiliana, traghettandoli verso una dimensione di pura ariosità, leggerezza e dinamismo vorticoso che influenzerà in modo diretto gli scultori in legno delle botteghe cittadine.

Nelle vaste composizioni di Domenico Piola, come quelle che ornano le sale di palazzo Rosso o le volte della basilica della Santissima Annunziata del Vastato, i putti non fungono da semplici spettatori o comparse alate, ma formano una vera e propria architettura vivente. Piola li dipinge in stormi densi e brulicanti, intrecciati a ghirlande di fiori e grandi drappeggi, capaci di sostenere virtualmente le pesanti quadrature architettoniche dipinte. La bottega del Piola, la celebre casa Piola, funzionava come un vero e proprio centro di coordinamento per tutte le arti, dove gli intagliatori si recavano regolarmente per acquistare o copiare i disegni del maestro. È proprio da questo repertorio grafico che l'intagliatore della mensola mutua la fisionomia del piccolo volto e la particolare resa della capigliatura a boccoli compatti, concepiti per essere letti nitidamente anche da grande distanza.

La transizione verso il barocchetto più maturo si compie tuttavia attraverso la pittura di Gregorio De Ferrari, il cui stile si caratterizza per una sensualità estenuata e una flessuosità delle membra che rasenta l'ascesi mistica o l'edonismo più sfrenato. Nei suoi capolavori a palazzo Rosso, come gli affreschi della primavera o dell'estate, i putti di De Ferrari sembrano privi di peso osseo, quasi fossero fatti della stessa materia gassosa delle nuvole che li ospitano. Le loro gambe e le loro braccia si allungano in torsioni ardite e asimmetriche, sfidando le leggi della gravità.

Il putto intagliato sulla nostra mensola d’angolo risente direttamente di questa rivoluzione formale de ferrariana. La sua posa instabile sul bordo della voluta, con una gamba sollevata e il corpo sbilanciato in avanti, ricalca fedelmente quegli accorgimenti compositivi che Gregorio utilizzava per infondere un senso di perenne mutamento e instabilità alle sue scene. Esiste inoltre una precisa curiosità legata al cantiere di palazzo Rosso, dove i documenti d'archivio testimoniano come Gregorio De Ferrari lavorasse a stretto contatto con gli intagliatori di casa Parodi, salendo personalmente sui ponteggi per correggere con la creta i modelli tridimensionali dei putti in legno o in stucco che dovevano adornare le cornici delle sue stesse volte. Questa osmosi totale tra pittura e scultura spiega perché la mensola in esame sembri quasi un frammento di affresco genovese tradotto miracolosamente in materia tridimensionale e rivestito d'oro.

  1. Analisi visiva comparativa: le collezioni di palazzo Rosso e palazzo Spinola

Per convalidare scientificamente l'origine della mensola ed evidenziarne l'alto valore esecutivo, risulta di fondamentale importanza istituire un confronto visivo diretto con i modelli d'arredo conservati intatti nei principali musei-casa della città di Genova, con particolare riferimento alle collezioni storiche di palazzo Rosso e palazzo Spinola di Pellicceria. Questi complessi museali custodiscono rari esemplari di consolles e mensole da parata che condividono con il nostro arredo d'angolo non solo la grammatica ornamentale ma la medesima concezione ingegneristica dello spazio.

All'interno delle sale settecentesche di palazzo Rosso, si possono ammirare splendide tavole da muro attribuite alla cerchia dei Parodi che presentano una gestione del fusto scultoreo sovrapponibile a quella dell'arredo in esame. Nello specifico, l'uso di far sedere una figura dinamica di putto al di sopra di un nodo di volute maestre costituisce una firma stilistica ricorrente. Il confronto visivo ravvicinato tra il volto dell'infante della nostra mensola e quello dei putti reggi corona o reggi specchio di palazzo Rosso rivela una sorprendente identità nell'uso della sgorbia per scavare le cavità oculari e nel definire le ciocche dei capelli, che appaiono rigonfie e plastiche allo stesso modo. Anche l'andamento della grande voluta inferiore a scarpone trova un riscontro filologico preciso nei sostegni delle consolles della galleria di palazzo Rosso, dove la linea si flette con la medesima elasticità ondulatoria, a riprova di un vocabolario condiviso tra gli intagliatori attivi per i Durazzo e i Brignole Sale.

Altrettanto rivelatore è il raffronto con i manufatti di palazzo Spinola, dove la conservazione degli arredi nel loro contesto originario permette di apprezzare la reazione dell'oro a foglia nelle medesime condizioni di illuminazione soffusa. Nelle sale da pranzo e nei salotti attigui della dimora di Pellicceria sono presenti mensole pensili e appliques barocchette che mostrano la stessa identica audacia nell'intaglio a giorno dei racemi inferiori. Gli steli flessuosi e liberi che fluttuano nel vuoto sotto il fusto centrale della nostra mensola trovano una sponda esecutiva nei fiorami che decorano le cornici degli specchi e le basi delle torciere di palazzo Spinola. In questi pezzi si riscontra la medesima tecnica della doratura a doppia finitura, con la brunitura ad agata riservata solo ai petali più esterni e ai bordi delle foglie d'acanto, lasciando i fondi opachi per creare quella profondità fittizia che risalta nelle penombre degli angoli dei palazzi. Questa coincidenza di dettagli costruttivi e stilistici estende la validità dell'attribuzione dell'arredo al nucleo più esclusivo della produzione ligure di inizio settecento.

  1. Morfologia del putto e sintassi organica dei racemi

L’osservazione ravvicinata dei diversi registri dell'opera permette di decodificare la complessa interazione plastica che si instaura tra la figura antropomorfa e l'apparato fitomorfo circostante. La transizione tra la stabilità della parte superiore e l'articolazione della zona inferiore varia e rivela una padronanza scultorea di rara sensibilità, dove ogni singolo elemento sembra germogliare naturalmente da quello adiacente.

Analisi anatomica del putto

Al centro dello spazio tridimensionale, la figura dell'infante alato si distacca dallo sfondo attraverso un altorilievo talmente accentuato da sfiorare il tutto tondo. Il volto presenta i tratti morbidi e idealizzati tipici dell'infanzia arcadica, ed è incorniciato da una capigliatura corta intagliata a piccoli boccoli compatti che richiamano la forma di piccoli frutti vegetali. Il corpo è colto in una posa dinamica e instabile, seduto trasversalmente su una grande voluta lignea. La gamba destra si presenta flessa e sollevata in primo piano, mentre la sinistra si allunga morbidamente verso il basso, generando una diagonale visiva che spezza con decisione la rigidità dell'angolo geometrico murario. A differenza dell'oro brillante delle strutture, l'incarnato del putto presenta una finitura policroma chiara e opaca, virata sapientemente sui toni dell'avorio e della carne. Questo espediente tecnico e pittorico isola la figura umana dal resto della composizione metallica, conferendole una consistenza morbida e naturale sotto i riflessi della luce.

La fascia sottopiano e i raccordi superiori

Il coronamento superiore è interamente definito da una cornice aggettante dall'andamento sinuoso, concepita originariamente per seguire il profilo mistilineo del piano superiore in marmo pregiato. La fascia sottopiano è ulteriormente impreziosita da grandi elementi a cartoccio rovesciato e da vistosi motivi floreali a corolla aperta, i cui petali carnosi creano un forte stacco plastico rispetto al bordo lineare circostante. Immediatamente sotto l'angolo di massima sporgenza, si sviluppano massicce volute d'acanto ad andamento diagonale che fungono da capitello spiritualizzato, raccordando il peso del piano alla struttura sottostante.

L'intaglio a giorno e i racemi inferiori

La sezione inferiore dello scarpone rivela l'andamento interamente traforato e leggero della composizione. Dal fusto centrale germogliano racemi sinuosi ricchi di dettagli fogliacei e rose selvatiche a pipe o petali intagliate a tutto tondo. Questi elementi decorativi si staccano fisicamente dalla struttura portante mediante sottili steli flessuosi che fluttuano liberi nel vuoto, sfidando la fragilità intrinseca del materiale ligneo. Lo spazio retrostante, lasciato completamente vuoto dall'intagliatore, permette alla luce naturale o artificiale di attraversare l'arredo da parte a parte. Questo stratagemma proietta sulla parete retrostante un'ombra frastagliata e mutevole che raddoppia l'effetto scenografico dell'arredo, mutando d'intensità a seconda delle ore del giorno.

Nel contesto delle botteghe genovesi, la scultura di queste parti minute era considerata una specializzazione talmente complessa da richiedere l'intervento di artigiani diversi rispetto a chi sbozzava la struttura principale. I maestri d'intaglio più celebri custodivano gelosamente formule segrete per ammorbidire il legno prima della lavorazione, spesso lasciandolo a bagno in oli speciali o essenze vegetali per diversi mesi. Questo trattamento rendeva le fibre del tiglio o del cirmolo talmente elastiche da permettere l'esecuzione di quegli steli incredibilmente sottili e flessuosi che ammiriamo nella sezione inferiore della mensola, riducendo al minimo il rischio di fratture catastrofiche durante i colpi di sgorbia più delicati.

  1. Analisi materica: tecniche di intaglio e doratura

Il pregio dell'opera risiede nella straordinaria qualità della lavorazione e della finitura superficiale, eseguite secondo un rigido e immutabile protocollo artigianale che richiedeva mesi di dedizione. La scelta stessa del legno era fondamentale. Si prediligevano legni teneri, omogenei e privi di nodi duri, perfetti per assecondare la mano dell'artista nelle modulazioni più profonde dell'intaglio. Le linee di giunzione ancora visibili sul retro e le sottili crepe di assestamento lungo le fibre testimoniano i naturali e sani movimenti igrometrici del supporto ligneo nel corso dei secoli, confermando l'assoluta genuinità del manufatto.

Una volta terminata la fase scultorea, l'arredo veniva sottoposto all'ammannitura, ovvero all'applicazione di successivi strati di gesso di Bologna mescolato a colla animale calda. Questa superficie veniva levigata meticolosamente con pelle di pesce-cane o fili di ferro sottili per eliminare ogni singola asperità senza occludere i dettagli minuti dell'intaglio. Seguiva poi la stesura del bolo armeno, un'argilla fluida di tonalità rossa o bruna che fungeva da base tonale e collante per la successiva applicazione della sottilissima foglia d'oro zecchino. Nei punti di maggior rilievo del mobile, dove l'usura del tempo ha agito con più decisione, questo bolo rosso affiora oggi in superficie, arricchendo la patina del pezzo con una calda vibrazione cromatica che i collezionisti definiscono l'anima del mobile antico.

La fase finale consisteva nella doratura e nella successiva brunitura, eseguite con una sapiente alternanza decorativa. Le superfici piane delle cornici, le creste più esposte e i bordi dei petali venivano energicamente sfregati con una pietra d'agata per schiacciare le particelle d'oro e ottenere una lucentezza brillante e specchiante. Al contrario, i fondi scavati, gli anfratti interni dei boccioli e le venature delle foglie venivano lasciati opachi, creando un contrasto chiaroscurale artificiale che amplificava la profondità geometrica del manufatto e ne esaltava il pittoricismo generale.

Un'interessante curiosità legata alla doratura a foglia riguarda le condizioni ambientali in cui i doratori dovevano operare. All'interno delle botteghe genovesi, durante la stesura dell'oro, era severamente proibito aprire porte o finestre, e persino gli apprendisti dovevano muoversi con estrema lentezza. La foglia d'oro zecchino era infatti talmente sottile e volatile che un semplice colpo di tosse o uno spostamento d'aria improvviso avrebbe potuto farla volare via, disperdendo un materiale prezioso e costoso. I maestri doratori lavoravano spesso in ambienti caldi e sigillati, trattenendo il respiro nel momento esatto in cui accostavano la foglia d'oro al legno bagnato, un rituale quasi ascetico che conferisce a questi manufatti un'aura di sacralità artigianale.

Conclusioni: l'invenzione scenografica dello spazio

In conclusione, la mensola d’angolo del barocchetto genovese si configura come un perfetto e compiuto esempio di teatro domestico settecentesco. Essa incarna appieno la volontà dell'aristocrazia ligure di trasformare lo spazio abitativo privato in una scenografia perenne, dinamica e profondamente illusionistica. L'opera testimonia la straordinaria capacità di una bottega d'alto livello di piegare la rigidità e la resistenza della materia lignea alla fluidità del movimento puro. Attraverso lo splendore dell'oro zecchino e l'armonia delle forme, l'artefice è riuscito a celebrare la luce, la grazia dell'infanzia e il trionfo della natura, regalandoci un manufatto sospeso tra la solidità dell'architettura e la leggerezza di un sogno d'oro.

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