Coppia di fioriere lombarde in olmo e rame sbalzato, fine XVII secolo
Esclusiva coppia di fioriere barocche in massello di olmo e rame sbalzato, manifattura lombarda della fine del diciassettesimo secolo. Elementi d'arredo d'antiquariato ideali per saloni storici e collezionismo d'arte.
- Tipologia: Coppia di fioriere d'interno / Porta vasi d'apparato
- Epoca: Fine del diciassettesimo secolo (circa 1680-1700)
- Origine: Lombardia, Italia (Stato di Milano)
- Materiali: Legno massello di olmo, bacili interni in rame sbalzato a mano, anelli di contenimento in ferro battuto forgiato a caldo
- Dimensioni: Altezza 92 cm × Diametro massimo 45 cm
- Stato di conservazione: Ottimo stato conservativo generale, struttura lignea solida con patina originale dell'epoca, metalli sani con lievi tracce di ossidazione storica coerenti con l'età e l'uso botanico
Il mobile rustico d'apparato: analisi storico-artistica di una coppia di fioriere in olmo e rame della Lombardia tardo-secentesca
Introduzione: il contesto e l'oggetto di studio
Nel panorama delle arti decorative italiane del diciassettesimo secolo, la produzione mobiliera della pianura padana e, nello specifico, dell'area lombarda si distingue per un connubio peculiare tra robustezza strutturale e misurato rigore plastico. L'opera in esame, una coppia di fioriere in massello di olmo con porta vaso in rame sbalzato e anelli di rinforzo in ferro alle estremità, rappresenta un documento materiale di straordinario interesse. Collocabili cronologicamente alla fine del diciassettesimo secolo, tra il 1680 e il 1700, queste strutture non si configurano come semplici arredi funzionali, bensì come elementi d'apparato capaci di dialogare con l'architettura d'interni delle dimore patrizie o delle alte committenze borghesi dell'epoca. Esse si muovono su quel labile confine che separa l'ebanisteria d'arte dal manufatto ad alta specializzazione artigianale. La loro monumentalità, espressa da un'altezza di novantadue centimetri e un diametro di quarantacinque, evoca immediatamente l'atmosfera delle grandi sale da ricevimento dell'epoca, dove la natura viva veniva letteralmente integrata nei percorsi cerimoniali della nobiltà.
- La scelta materica: il massello di olmo e l’estetica della solidità
L’utilizzo dell’olmo come essenza primaria in massello costituisce un preciso indicatore geografico e funzionale. Nell'ebanisteria lombarda del Seicento, sebbene il noce rimanesse il legno d'elezione per i mobili di rappresentanza più finemente intagliati, l'olmo veniva ampiamente impiegato per la sua straordinaria resistenza meccanica, la durezza e la scarsa propensione alla fessurazione sotto carico. Caratterizzato da una fibratura intrecciata e da venature larghe e fiammate, l'olmo conferisce alle fioriere una texture vigorosa, tipica di un Barocco concreto e severo, lontano dalle frivolezze della successiva epoca rococò. La scelta del massello risponde a una necessità strutturale precisa, poiché l'arredo doveva sostenere il peso combinato del contenitore in rame, della terra bagnata e dell'apparato botanico, garantendo al contempo la stabilità verticale su un'altezza accentuata.
Una curiosità legata a questo materiale risiede nelle credenze popolari del tempo. Nella pianura padana, l'olmo era considerato un legno quasi sacro, storicamente legato alla coltivazione della vite che veniva maritata a questo albero. Utilizzare l'olmo per arredi destinati a contenere la vegetazione non era quindi soltanto una scelta dettata dalla solidità della materia, ma portava con sé un valore simbolico ancestrale di fertilità e connessione profonda con la terra lombarda. Inoltre, i falegnami dell'epoca sapevano che l'olmo, se mantenuto in condizioni di umidità costante o protetto adeguatamente, poteva resistere per secoli senza marcire, una qualità fondamentale per un oggetto destinato a ospitare la vita vegetale.
- La metallurgia applicata: il rame sbalzato e la plasticità barocca
Il cuore funzionale ed estetico del manufatto è rappresentato dal portavaso in rame sbalzato. La scelta del rame, metallo duttile ma resistente alla corrosione causata dall'umidità della terra e delle annaffiature, dimostra una profonda consapevolezza tecnica da parte degli artigiani. La lavorazione a sbalzo, eseguita a freddo lavorando il metallo dal rovescio per ottenere un rilievo positivo sul diritto, si inserisce pienamente nella tradizione dei ramai e ottonai lombardi, attivi nei distretti storici di Milano, Brescia e Bergamo. Da un punto di vista stilistico, la superficie sbalzata non solo cattura la luce creando forti contrasti chiaroscurali tipici del gusto barocco, ma funge anche da elemento di rottura cromatica rispetto alla tonalità bruno-dorata del legno d'olmo, nobilitando l'intero insieme.
Un aneddoto affascinante riguarda la percezione del rame nelle dimore del tardo Seicento. Mentre l'argento era riservato ai servizi da tavola liturgici o della grandissima aristocrazia, il rame sbalzato rappresentava il materiale d'eccellenza per l'esibizione di una ricchezza solida e legata all'autarchia dei territori. Nei registri inventariali delle famiglie patrizie milanesi dell'epoca, i vasi di rame venivano descritti con minuzia, equiparati talvolta a vere e proprie opere sculturee. La martellatura manuale della superficie, lasciata volutamente vibrante, permetteva alle fioriere di risplendere anche nelle penombre dei saloni monumentali, riflettendo la luce delle torce e delle candele con un calore dorato che i contemporanei consideravano estremamente accogliente e lussuoso.
- L'ingegneria del mobile: gli anelli in ferro e i rinforzi strutturali
Un dettaglio tecnico di cruciale rilievo storico-costruttivo è la presenza degli anelli in ferro battuto alle estremità delle fioriere. Nel tardo Seicento, la ferramenta non svolgeva mai un ruolo puramente ornamentale, ma era parte integrante della statica del mobile. L'olmo, pur essendo straordinariamente robusto, è un legno vivo che reagisce sensibilmente alle variazioni igrometriche, specialmente se posto a contatto diretto con elementi umidi o collocato in ambienti semi-aperti come porticati o saloni d'onore esposti alle correnti d'aria. Gli anelli in ferro, forgiati a caldo dalle officine siderurgiche prealpine, agiscono come vere e proprie cerchiature di contenimento strutturale. Essi impediscono al massello di aprirsi o deformarsi radialmente sotto la spinta interna o sotto il peso del bacino in rame, traducendo una necessità ingegneristica in un segno grafico scuro che ritma lo slancio verticale del fusto.
Nelle botteghe del tempo, l'applicazione di queste cerchiature era considerata un'operazione di alta precisione. L'anello di ferro veniva forgiato leggermente più stretto rispetto al diametro del legno. Veniva poi riscaldato finché non diventava incandescente, espandendosi a sufficienza per essere calzato sul fusto di olmo. Raffreddandosi improvvisamente con l'acqua, il ferro si contraeva violentemente, stringendo il legno in una morsa eterna. Questo connubio tra la maestria del falegname e la forza del fabbro conferiva al mobile un'aura di indistruttibilità che rispondeva al desiderio barocco di sfidare il tempo e la decadenza della materia.
- Analisi morfologica, proporzioni e collocazione d'uso
Le dimensioni dell'oggetto delineano una silhouette slanciata e al contempo monumentale. Il diametro di quarantacinque centimetri garantisce una base d'appoggio stabile e una capienza interna ottimale per la coltura di piante di pregio. L'altezza di quasi un metro risponde alla logica barocca della percezione visiva, che imponeva di sollevare la natura vegetale portandola all'altezza dello sguardo dell'osservatore, integrandola idealmente con i cicli pittorici parietali o con gli specchi della sala. La simmetria della coppia suggerisce una collocazione binaria, studiata per inquadrare un portale d'accesso, i lati di un grande camino monumentale o i terminali di una galleria prospettica, secondo i dettami della scenografia d'interni del tempo.
L'uso di esporre piante in coppia all'interno delle sale risaliva a una precisa etichetta di corte. Gli ospiti che facevano il loro ingresso nel salone dovevano essere accolti da una simmetria perfetta, che riflettesse l'ordine politico e sociale del padrone di casa. Le piante monumentali simboleggiavano il controllo dell'uomo sulla natura selvaggia, un tema caro alla filosofia barocca. Muoversi tra queste fioriere significava camminare in un giardino interiorizzato, dove il profumo delle foglie si mescolava a quello dei legni pregiati e delle cere, trasformando l'esperienza del visitatore in un percorso multisensoriale curato nei minimi dettagli.
- Il contesto socio-politico della Lombardia tardo-secentesca
Per comprendere appieno la genesi e la committenza di questa coppia di fioriere, è necessario calare l'oggetto nel peculiare tessuto storico della Lombardia degli ultimi decenni del diciassettesimo secolo, un territorio allora soggetto alla dominazione spagnola attraverso lo Stato di Milano. Questo periodo, spesso liquidato sbrigativamente dalla storiografia passata come un'epoca di pura decadenza, fu in realtà una fase di profonda riorganizzazione economica e sociale. La grande aristocrazia terriera e una nuova, dinamica borghesia degli affari investivano massicciamente nella terra e nella costruzione o nel rinnovamento di grandiose dimore gentilizie, sia nei centri urbani sia nelle campagne, dando vita al celebre fenomeno delle ville di delizia.
In questo teatro politico, l'arredo domestico assumeva un ruolo di primo piano per l'ostentazione del rango. Lo stile spagnolo, storicamente rigido, etico ed estremamente formale, si era progressivamente fuso con la magniloquenza del Barocco romano e con il pragmatismo lombardo. Gli arredi dovevano esprimere stabilità, prestigio e potere. Una coppia di fioriere monumentali in massello non era un semplice elemento d'uso, ma un simbolo visivo di radicamento territoriale e di ricchezza. Durante il governo degli ultimi governatori spagnoli, i ricevimenti nelle ville della Brianza o lungo il Naviglio Grande erano occasioni di alleanze politiche cruciali. Esibire arredi sontuosi ma legati ai materiali del territorio significava dimostrare la propria forza economica e la propria fedeltà alla corona, senza tuttavia rinunciare all'orgoglio delle proprie radici manifatturiere.
- L’uso quotidiano e la cultura botanica barocca
L'analisi funzionale delle fioriere svela dinamiche antropologiche e abitudini quotidiane proprie della vita di corte e della socialità secentesca. Tra la fine del Seicento e l'inizio del Settecento, l'aristocrazia europea fu colpita da una vera e propria venerazione per la botanica, in particolare per i limoni, i cedri e le arance amare, oltre che per le piante esotiche provenienti dalle Americhe e dall'Oriente. Possedere piante d'agrumi a nord degli Appennini era un lusso estremo che richiedeva cure costanti e strutture adeguate. Durante i mesi caldi, queste fioriere venivano esposte all'aperto, nei giardini formali all'italiana, per accogliere gli ospiti lungo i viali. Con l'arrivo dei primi freddi autunnali, i manufatti venivano trasferiti all'interno, nelle gallerie o nelle apposite limonaie, diventando elementi integranti dell'architettura d'interni.
La gestione pratica del manufatto implicava una precisa interazione tra diverse maestranze e la servitù della casa. L'inserimento del vaso di rame rimovibile era un accorgimento pratico fondamentale che evitava il danneggiamento del legno. I giardinieri di corte potevano curare la pianta, rinvasarla o concimarla all'esterno del palazzo, per poi riposizionarla nel fusto di olmo una volta pronta per l'esposizione nei saloni. Lo spostamento di questi arredi a pieno carico era un piccolo evento domestico che richiedeva lo sforzo coordinato di più servitori. Un aneddoto dell'epoca racconta come i maestri di casa raccomandassero di pulire i cerchi di ferro con olio di noce prima di ogni grande ricevimento, per evitare che la ruggine potesse macchiare le preziose livree dei servitori o gli abiti di seta delle dame che sfioravano i vasi durante le danze.
- Le tecniche di tornitura del legno nel periodo
L’analisi morfologica della fioriera rivela l’applicazione di sofisticate competenze macro-meccaniche, ascrivibili alla corporazione dei tornitori, i quali godevano di statuti e privilegi ben distinti rispetto ai normali falegnami. Nel tardo Seicento, la tornitura del massello di olmo presentava complessità tecniche notevoli a causa della durezza dell'essenza e della sua fibra irregolare. Per modellare un blocco di olmo con un diametro di ben quarantacinque centimetri, le botteghe lombarde non potevano affidarsi ai comuni torni a pedale. Si rendeva necessario l'utilizzo del tornio a ruota, un macchinario complesso dove il movimento rotatorio continuo era generato da un assistente che girava una grande ruota motrice collegata all'asse principale tramite corde. Questa rotazione costante permetteva al maestro tornitore di concentrarsi esclusivamente sulla guida dello scalpello, riducendo il rischio di pericolosi contraccolpi che avrebbero potuto rovinare il legno o ferire l'artigiano.
Il processo iniziava con una lunga preparazione del pezzo. Il tronco veniva sgrossato a colpi d'ascia e lasciato a riposare in ambienti asciutti per scaricare le ultime tensioni della linfa. Una volta montato sul tornio, l'artigiano utilizzava sgorbie di dimensioni decrescenti per scavare la strozzatura centrale e definire la successione di gole e tori che caratterizza il fusto. La finitura superficiale era un lavoro di infinita pazienza. Non esistendo la carta vetrata, la levigatura dell'olmo veniva eseguita utilizzando foglie essiccate di equiseto, una pianta ricca di silice nota come erba rasperella, oppure pezzi di pelle di pesce squadrata. Questo trattamento donava alla superficie una lucentezza serica, esaltando la fiammatura naturale dell'olmo che veniva infine protetta con una miscela di cera d'api e olio di lino cotto.
- Confronto stilistico: il Barocco lombardo rispetto ai modelli romani e veneti
La coppia di fioriere si offre come perfetto termine di paragone per evidenziare le divergenze interpretative del linguaggio barocco nelle diverse compagini geopolitiche della Penisola. Il Barocco italiano non fu un movimento stilistico monolitico, ma una galassia di parlate regionali strettamente connesse alle risorse materiali e alle ideologie delle corti locali. Nella Repubblica di Venezia, il mobile barocco risentiva della tradizione pittorica lagunare e dei contatti commerciali con l'Oriente. La produzione veneziana coeva cercava la leggerezza, il movimento flessuoso e la dissoluzione della massa legnosa attraverso intagli minutissimi o mediante l'uso di superfici interamente laccate e dipinte a motivi floreali. Al contrario, il manufatto lombardo esprime una stabilità terriera e rigorosa, legata alla cultura della pianura padana, dove la fioriera resta saldamente ancorata al suolo attraverso un plinto cilindrico massiccio.
Il confronto con il Barocco romano accentua ulteriormente questa diversità. Nella Roma dei papi e dei grandi cardinali, dominata dall'influenza di Gian Lorenzo Bernini, il mobile d'apparato era concepito come una scultura monumentale e teatrale. I portavasi romani prediligevano il legno di tiglio o di pioppo, essenze tenere che si prestavano a essere scolpite con figure di putti, telamoni, sfingi e ricche ghirlande d'acanto, il tutto ricoperto da una sfolgorante doratura a foglia d'oro destinata a riflettere la magnificenza della Chiesa. La fioriera lombarda oppone a questo sfarzo teatrale un'estetica della concretezza formale e strutturale. La sua monumentalità non si affida alla finzione della doratura o all'iperbole della linea mossa, ma alla dichiarazione di potenza della materia naturale. Il legno d'olmo viene lasciato a vista, solido e strutturato, celebrando un lusso aristocratico sobrio, severo e profondamente legato alla realtà manifatturale del proprio territorio.
- L’evoluzione tipologica della fioriera d'interno nel passaggio al Settecento
Il passaggio dal diciassettesimo al diciottesimo secolo segna una delle più radicali mutazioni strutturali ed estetiche nella storia del mobile europeo. Questa transizione sancisce il graduale superamento del Barocco maturo a favore delle linee sinuose del Barocchetto e del Rococò, riflettendosi sull'evoluzione tipologica delle fioriere d'interno. Se la coppia di fioriere lombarde in esame incarna l'apice della concezione secentesca, caratterizzata da monumentalità e netta separazione tra legno e metallo, i primi decenni del Settecento scardinano completamente questi presupposti. La struttura a pilastro o a colonna viene progressivamente abbandonata a favore di fioriere a tripode sorrette da gambe arcuate che si uniscono in un nodo centrale, oppure di consolle-fioriere sorrette da eleganti gambe a cabriole terminanti con piedi a ricciolo.
Nel Settecento si assiste inoltre a una fusione organica dei materiali che cancella la distinzione netta visibile nel nostro manufatto. Il contenitore metallico scompare alla vista, venendo interamente incassato e mascherato all'interno di fasce lignee sagomate. Il rame sbalzato cede spesso il passo alla porcellana dipinta, grazie all'apertura delle grandi manifatture europee come Meissen o Doccia, che introducevano nei saloni note di colore vivido e raffinato. Cambia anche la funzione socio-spaziale dell'arredo. Il legno naturale lascia il posto a superfici interamente laccate nei toni pastello dell'avorio o del verde chiarissimo. Le fioriere non servono più a ospitare grandi alberi di agrumi per impressionare gli ospiti, ma si trasformano in graziose “jardinières” da centro stanza o da boudoir, dimensionate per accogliere piccoli fiori recisi o bulbi stagionali, rispondendo a un nuovo ideale di comfort domestico e di intimità che caratterizzerà l'intera cultura del Secolo dei lumi.
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