Cassettone in noce e radica di noce epoca Settecento

Cassettone in noce e radica di noce epoca Settecento

Un capolavoro dell’ebanisteria barocca lombarda: il cassettoncino intarsiato dell’area bresciano-bergamasca della fine del XVII secolo

Introduzione e inquadramento tipologico

Nell’ambito della produzione mobiliera italiana a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo, la tipologia del mobile contenitore subisce una profonda evoluzione formale e dimensionale. Il passaggio dal monumentale canterano secentesco a strutture più agili e proporzionate risponde alle mutate esigenze dell’aristocrazia barocca, orientata verso una parcellizzazione degli spazi abitativi e una ricercatezza formale nei piccoli ambienti privati o da parata.

Il manufatto oggetto del presente studio si configura come un raro e superbo esempio di cassettoncino barocco a quattro cassetti, le cui misure ridotte (72 x 45 x 96 h cm) lo collocano nella ristretta ed esclusiva categoria degli arredi "da collezione" o di alta rappresentanza.

Caratterizzato da un fronte ad angoli scantonati, il mobile sviluppa un impianto architettonico rigoroso, tipico del periodo Luigi XIV, dove la severità delle linee viene stemperata da un ricchissimo apparato decorativo superficiale. La struttura unisce elementi di contenimento a un raffinato plasticismo visivo, ottenuto mediante l'alternanza cromatica e materica tra legni scuri ebanizzati e calde specchiature in radica.

Analisi stilistica, iconografica e l'araldica del "De Forti Dulcedo"

L'arredo manifesta un linguaggio decorativo di straordinaria densità concettuale. Il fronte dei quattro cassetti è scandito da riserve geometriche mistilinee che ospitano complessi intarsi a girali floreali e motivi fitomorfi. I montanti scantonati anteriori ospitano un motivo "a candelabro" a sviluppo verticale, coronato da mascheroni stilizzati, calici ed elementi fogliati. I fianchi non sono lasciati spogli – caratteristica riscontrabile solo nelle committenze di altissimo profilo – ma presentano al centro della riserva uno splendido vaso biansato fiorito a fiammatura geometrica, allegoria barocca di prosperità, rinascita e legame spirituale.

L’elemento di massimo rilievo storico-artistico risiede tuttavia nel piano superiore, dove è incastonata una monumentale cartella d’intarsio in legno chiaro. Al centro della riserva campeggia un leone rampante che sorregge un cartiglio con l'iscrizione latina "DE FORTI DULCEDO"

Questo motto trae la sua origine teologica e letteraria dal celebre enigma biblico di Sansone contenuto nel Libro dei Giudici (14,14), formulato dopo il ritrovamento di uno sciame d'api e del relativo miele all'interno della carcassa di un leone.

Sebbene il motto sia storicamente legato anche alla simbologia numismatica della casata d'Este nel Ducato di Ferrara (introdotto da Alfonso I d'Este), la sua unione iconografica con la figura del leone rampante su un manufatto dalle spiccate caratteristiche costruttive lombarde permette di ricondurre con quasi assoluta certezza la committenza originaria alla nobile famiglia Grattarola (o Grattaroli). Questa casata era storicamente radicata e influente proprio nell'area centro-orientale della Lombardia, tra le province di Bergamo e Brescia, confermando la destinazione del cassettoncino come pezzo dinastico e celebrativo per un palazzo di rilevanza locale.

Geopoetica del materiale: la radica di noce italiana e la tradizione lombarda

L’impatto estetico del cassettoncino è dominato dall'uso sapiente della radica di noce italiana, storicamente definita nell'alveo della tradizione ebanistica locale come "radica brianzola" o "ferrarese" a seconda dei canali di approvvigionamento e della lavorazione delle maestranze. Questa materia prima non rappresenta una varietà botanica a sé stante, bensì il recupero della sezione basale o nodosa dell'albero di noce (Juglans regia), laddove lo sviluppo irregolare e contorto delle fibre genera un tessuto legnoso denso di anomalie morfologiche.

Gli ebanisti attivi nell'area bresciana e lombarda sul finire del Seicento compresero il potenziale pittorico di questo legno "imperfetto". La superficie del mobile mostra un'eccezionale densità di "occhiolature" (piccoli nodi sferici ravvicinati) e "marezzature" cromatiche, capaci di cangiare dal biondo miele al bruno profondo.

La tecnica esecutiva è quella rigorosa della lastronatura d'epoca: i fogli di radica venivano tagliati manualmente a sega con uno spessore rilevante (compreso tra i 2 e i 4 millimetri), ben lontano dalle microscopiche impiallacciature industriali dell'era contemporanea.

Questi lastroni venivano poi accostati specularmente ("a libro") per creare una perfetta simmetria visiva, racchiusi e disciplinati da sottili filettature in essenze chiare (acero o bosso) e da spesse cornici modanate a "becco di civetta" in legno ebanizzato (pero tinto o ebano). Il nero assoluto della cornice funge così da contrappunto grafico, contenendo la fiammatura barocca della radica entro i confini del rigore architettonico.

Archeologia costruttiva: schienale, cassetti e strutture interne

Scendendo nell'esame diagnostico e strutturale del mobile, le primi risultanze sulle parti interne e non a vista offrono la prova documentaria della sua genuinità materiale e cronologica. Lo schienale si presenta composto da grandi assi di legno locale povero (pioppo), tagliate a sega manuale. La superficie mostra la caratteristica finitura rugosa originaria ("da sgrosso"), priva delle regolarità seriali tipiche delle macchine utensili ottocentesche, e risulta scurita da una profonda ossidazione naturale accumulata in oltre tre secoli.

Un'analisi dettagliata della morfologia dei cassetti rivela l’adozione di tecniche costruttive pre-industriali standard per l'area padana del tardo Seicento. Il fondo di ciascun cassetto è realizzato in assi di pioppo accostate e non inserite all'interno di scanalature laterali; esso è invece inchiodato direttamente a battuta sotto i bordi dei fianchi e della sponda posteriore. I chiodi impiegati sono forgiati a mano uno ad uno, riconoscibili dalla testa quadrangolare irregolare e schiacciata sul legno.

I piani di scorrimento intermedi (o catene) fungono da divisori interni e mostrano la tipica usura da sfregamento prolungato lungo i punti di contatto con i listelli guida, a riprova di una movimentazione organica e secolare dei cassetti.

La dimensione della sicurezza: la serratura e l'ingegneria del segreto

Un capitolo a parte merita l'apparato tecnologico legato alla sicurezza dell'arredo. All'interno del primo cassetto spicca una monumentale serratura "a scatola" in ferro battuto e forgiato a caldo. La piastra metallica presenta una superficie mossa dalle battute del martello sull'incudine e accoglie un meccanismo a molla con ingranaggio per chiave a pettine complessa. La scatola è interamente incassata a mano nella controfronte del cassetto e ancorata tramite perni metallici d'epoca, preservando l'assoluta integrità dell' “ensemble”.

L'aspetto più affascinante dell'ingegneria di questo cassettoncino risiede tuttavia nell'integrazione di un raffinato meccanismo a segreto. Il fondo del cassetto ospita una struttura scatolare sopraelevata che crea un'intercapedine nascosto (un doppiofondo), non percepibile a cassetto parzialmente inserito.

A questa ingegnosità corrisponde, sul piano strutturale del mobile, un'interruzione calibrata della catena intermedia di scorrimento, la quale non giunge a toccare lo schienale posteriore. Si genera così un vano celato verticale sul retro del mobile, destinato ad accogliere la scatola sporgente del cassetto superiore. Questa soluzione d'interni, comune nell'alta ebanisteria barocca di area lombardo-veneta, rispondeva alla necessità di custodire valori, carteggi cifrati o documenti confidenziali al riparo da sguardi indiscreti.

Stato di conservazione e considerazioni museografiche

Il cassettoncino si presenta in uno stato di conservazione eccezionale, definibile come "in prima patina". La superficie lignea esterna mostra i segni di una finitura a spirito (gommalacca naturale stesa a tampone) che ha mantenuto inalterata la trasparenza e la profondità originaria della radica, senza subire quegli interventi di levigatura e sbiancatura chimica che purtroppo caratterizzano molti restauri speculativi del XX secolo.

Ulteriore testimonianza archeologica della vita del mobile è il cartiglio cartaceo applicato al centro dello schienale. L'analisi ravvicinata mostra una carta d'epoca (probabilmente ottocentesca), soggetta a naturale ingiallimento e foxing (macchie di umidità), che reca ancora flebili tracce di inchiostro calligrafico corsivo e i fori d'ago legati a una prima spillatura inventariale. Questo frammento cartaceo funge da vero e proprio "sigillo storico", legando l'arredo a un antico inventario di palazzo e proteggendone l'autenticità da qualsiasi ipotesi di rifacimento parziale o totale.

In conclusione, per la straordinaria convergenza di dimensioni contenute, qualità della radica, rarità del programma araldico e complessità strutturale del segreto, questo cassettoncino si pone come un “documento” materiale di primario interesse per la storia delle arti decorative lombarde, pienamente degno di figurare in una collezione museale o in una sofisticata raccolta privata di arredi barocchi.