21.10.2026

I Balmetti di Borgofranco d’Ivrea: tra geologia, architettura e storia rurale

I Balmetti di Borgofranco d’Ivrea: tra geologia, architettura e storia rurale

I Balmetti di Borgofranco d'Ivrea

sono oltre duecento cantine ipogee nate lungo la Via Francigena. Sfruttano le òre, correnti d'aria sotterranee a temperatura costante (7-8 °C) generate dalle diaclasi del massiccio del Mombarone. Nati nel Seicento per proteggere le derrate dalle alluvioni, nell'Ottocento ospitarono la storica Fabbrica di birra De Giacomi e le cure termali di Biò. Nel Novecento divennero rifugi partigiani e centri di socialità operaia, consolidandosi come patrimonio antropologico ed ecomuseale vivente.

 

 

L’architettura del vento: studio antropico e geofisico sui Balmetti di Borgofranco d’Ivrea

Introduzione

Nel panorama delle architetture spontanee e delle strategie antropiche di adattamento ambientale, i Balmetti di Borgofranco d'Ivrea rappresentano un unicum scientifico e culturale di straordinario interesse. Situati nell'Anfiteatro Morenico d'Ivrea, lungo l'antico tracciato della Via Francigena, questo complesso di oltre duecento cantine ipogee e sub-divise palesa un perfetto connubio tra morfologia glaciale e ingegno rurale. Il presente saggio intende analizzare i Balmetti sotto il profilo geologico, architettonico e socio-antropologico, evidenziando come una singolarità microclimatica abbia strutturato il tessuto materiale e immateriale della comunità locale, evolvendosi nel corso dei secoli da mero deposito di sussistenza a fulcro di socialità e persino a presidio strategico nei momenti più bui della storia del Novecento.

Genesi geologica e meccanismo termodinamico delle òre

Il respiro del massiccio del Mombarone

Il fondamento scientifico dei Balmetti risiede nell'evoluzione quaternaria della Dora Baltea. Durante l'ultima glaciazione, denominata Würm, l'imponente Ghiacciaio Balteo ha modellato il versante del massiccio del Mombarone, lasciando paramenti di roccia montonata e imponenti ammassi di detriti morenici instabili. Il successivo ritiro della massa glaciale ha innescato complessi fenomeni di decompressione macro-strutturale. La montagna, privata del peso immenso del ghiaccio, ha subito una sorta di rilassamento geologico che ha generato una fitta rete di diaclasi, fessurazioni e cavità sotterranee profonde. È all'interno di questo labirinto ipogeo che si genera il fenomeno delle òre, termine dialettale derivante dal latino aura, che indica la brezza o il soffio d'aria.

Il meccanismo termodinamico che governa questo fenomeno è regolato dal gradiente termico e barico che si stabilisce tra l'interno della montagna e l'atmosfera esterna. Durante il regime estivo, l'aria esterna, più calda e leggera, tende a salire lungo i camini naturali presenti sui versanti alti del rilievo roccioso. Questa ascesa richiama per depressione l'aria fresca immagazzinata nelle viscere del monte, la quale fuoriesce alla base della montagna attraverso le spaccature della roccia a una temperatura costante di circa sette o otto gradi centigradi. Al contrario, durante il regime invernale il ciclo tende a stabilizzarsi o a invertirsi parzialmente, mitigando le temperature rigide del Canavese ed evitando il congelamento dei locali interni. Questo flusso d'aria continuo garantisce non solo l'omotermia stagionale, ma anche un perfetto controllo igrometrico, convertendo le cavità naturali in veri e propri frigoriferi ad impatto energetico zero.

La purezza minerale del filtro roccioso

La stabilità e la purezza dell'aria immessa dalle òre non sono casuali, ma derivano direttamente dalla composizione chimico-fisica e litologica del substrato roccioso. Il massiccio del Mombarone appartiene alla complessa Zona Ivrea-Verbano, un'unità geologica costituita prevalentemente da rocce metamorfiche di alta pressione e rocce ignee profonde, tra cui micascisti, gneiss ed eclogiti. A differenza dei complessi carsici calcari o gessosi, dove l'acqua e l'aria interagiscono con rocce carbonatiche solubili rilasciando odori di umidità chiusa o gas di decomposizione, le rocce dei Balmetti sono silicatiche e chimicamente inerti. La prevalenza di quarzo e feldspati evita le contaminazioni gassose derivanti dalla degradazione chimica, mentre la totale assenza di emissioni solfuree mantiene l'atmosfera delle cantine completamente inodore, un fattore che si rivelerà fondamentale per l'affinamento enologico.

L'aria che fuoriesce compie un percorso ipogeo chilometrico all'interno di una fitta ragnatela di fessure micrometriche. Gli accumuli di frana agiscono come un gigantesco filtro meccanico a densità progressiva. Inoltre, i micascisti sono ricchi di minerali lamellari come la biotite e la muscovite, le cui superfici di sfaldamento presentano micro-cariche elettriche naturali capaci di trattenere per adsorbimento fisico le micro-polveri, i pollini e le particelle organiche sospese. A questa purificazione meccanica si unisce la marcata acidità del terreno, tipica dei suoli derivati da rocce madri silicatiche. Questo ambiente chimicamente acido, combinato con la bassa temperatura costante, crea un habitat estremamente ostile alla proliferazione di spore fungine nocive e batteri. L'aria che entra nei Balmetti risulta quindi microscopicamente purificata e sterile, offrendo un flusso idoneo alla conservazione alimentare.

Sviluppo storico e l'incontro con l'industrializzazione

Le origini secentesche e il catasto settecentesco

Sebbene la viticoltura nella borgata di Biò e nell'intera area eporediese sia documentata sin dal dodicesimo secolo, le prime attestazioni scritte di un uso sistematico e strutturato dei Balmetti risalgono al diciassettesimo secolo. A causa della natura alluvionale e poco solida del fondovalle di Borgofranco, regolarmente lambito dalle divagazioni della Dora Baltea, l'edificazione di cantine interrate domestiche risultava complessa e insalubre, poiché i locali tendevano ad allagarsi compromettendo le scorte alimentari. La comunità scelse quindi di delocalizzare la conservazione delle derrate verso la fascia rocciosa settentrionale. In quest'epoca di instabilità politica e passaggi di truppe nel Ducato di Savoia, il balmetto aveva una funzione puramente utilitaristica di sussistenza, configurandosi come il caveau fortificato dove il contadino difendeva il vino e i formaggi.

Il diciottesimo secolo portò una maggiore stabilità sotto il Regno di Sardegna e l'avvio delle prime grandi riforme catastali sabaude. I Balmetti persero la connotazione di ripari precari o grotte selvagge per entrare ufficialmente nei registri di proprietà delle famiglie. Le pareti di facciata vennero regolarizzate e il possesso di un balmetto divenne un elemento cardine del patrimonio familiare, tramandato di generazione in generazione. Parallelamente, la specializzazione della viticoltura sui terrazzamenti morenici, caratterizzati dai tipici pergolati detti topion, subì un forte incremento. Il balmetto si specializzò definitivamente come tempio del vino, e i viticoltori canavesani affinarono empiricamente la gestione delle bocchette d'aria per guidare l'invecchiamento dei vitigni locali come il Nebbiolo e l'Erbaluce.

L'epopea industriale della birra De Giacomi

Un capitolo di straordinario rilievo storico e industriale si aprì a partire dal 1862, quando la famiglia De Giacomi giunse a Borgofranco d'Ivrea. Originari della Valchiavenna, un territorio lombardo noto per i crotti, che costituiscono gli analoghi geologici dei balmetti piemontesi, i fratelli De Giacomi intuirono immediatamente le potenzialità della criosfera canavesana. Decisero così di fondare la Fabbrica di birra Borgofranco, edificando un imponente stabilimento industriale proprio a ridosso della schiera dei Balmetti. Questa vicinanza permetteva di canalizzare le correnti d'aria fresca delle òre direttamente nei grandi magazzini di stoccaggio e maturazione della birra.

Prima della grande guerra, lo stabilimento arrivò a produrre oltre ventimila ettolitri di birra all'anno, segnando il passaggio da un'economia di pura sussistenza a un distretto proto-industriale strettamente integrato con l'ecosistema naturale. L'innesto del capitalismo birrario scardinò i vecchi equilibri socio-culturali del paese. Molti braccianti e viticoltori vennero assorbiti come operai salariati, unendo ai ritmi della terra quelli della fabbrica. Una curiosa leggenda locale racconta che gli operai addetti al trasporto dei fusti utilizzassero i Balmetti non solo per il lavoro, ma anche come luogo di piccole distrazioni e sfide di resistenza al freddo, consolidando un legame indissolubile tra l'archeologia industriale del complesso e la vita quotidiana del borgo.

Ingegneria vernacolare e morfologia architettonica

La fluidodinamica dei foghét

L’efficacia dei Balmetti non risiede solo nella fortuita presenza delle fratture geologiche, ma nella raffinata opera di captazione sviluppata dalle maestranze locali nel corso dei secoli. La costruzione di un balmetto rispondeva a precise regole di ingegneria vernacolare necessarie per governare il flusso d'aria. Gli artigiani regolarizzavano il fronte roccioso tramite opere di microscavo a spacco, lasciando la parete di fondo in pietra viva e non intonacata per permettere la traspirazione dell'umidità e massimizzare lo scambio termico radiante. Il cuore di questo sistema è rappresentato dalle bocchette di immissione dell'aria, localmente denominate foghét. Questi brevi canali orizzontali venivano ricavati nello spessore della muratura di pietra a secco che sigillava le intercapedini rocciose più ampie, presentando sezioni rettangolari rivestite all'interno con lastre lisce di gneiss per ridurre l'attrito dell'aria.

Poiché il flusso dell'aria è continuo, un'immissione incontrollata durante l'inverno rischierebbe di abbassare eccessivamente le temperature, mentre in estate potrebbe generare moti convettivi turbolenti indesiderati. Per questo motivo venivano integrati dispositivi di controllo meccanico del flusso, come le valvole a ghigliottina composte da telai in legno o ferro battuto entro cui scorreva una lastra di pietra. Nei mesi di totale inattività, le fessure secondarie venivano sigillate con un impasto umido di argilla e paglia, facilmente rimovibile all'occorrenza. Molti condotti venivano inoltre realizzati con una sezione leggermente convergente verso l'interno per sfruttare l'effetto Venturi, aumentando la velocità di immissione dell'aria a parità di portata. Sulla parete opposta o in prossimità della volta venivano poi ricavati piccoli camini d'estrazione che espellevano l'aria esausta e l'umidità in eccesso in modo continuo e laminare, stabilizzando l'umidità relativa attorno al settanta o ottanta per cento.

L'articolazione dello spazio e l'estetica delle facciate

L'architettura dei Balmetti si configura come un mirabile esempio di edilizia spontanea. Le strutture non seguono un disegno urbanistico preordinato ma si addossano le une alle altre per circa cinquecento metri lungo la via pedemontana, assecondando l'andamento sinuoso della roccia. L'analisi tipologica permette di individuare un'articolazione spaziale costante suddivisa su più livelli. Il piano ipogeo, ovvero il balmetto vero e proprio, costituisce l'ambiente più intimo e protetto, caratterizzato dalla presenza dei foghét e deputato alla maturazione dei prodotti. Sopra questo vano si sviluppa il piano superiore, una sorta di anticamera in muratura portante coperta da un tetto a capanna con orditura in legno e manto in lose di pietra o coppi del Canavese. Questo livello superiore ospita tipicamente un camino o il putagè, il classico fornello in ghisa, trasformando il deposito in uno spazio di socializzazione rurale.

Infine, lo spazio esterno è delimitato da semplici cancellate in ferro battuto o legno, spesso ombreggiato da pergolati di vite che mitigano l'irraggiamento solare estivo sulla facciata. Nel corso dell'Ottocento, l'aspetto estetico di queste facciate subì un'importante evoluzione. I proprietari iniziarono a ingentilire i prospetti esterni con intonaci colorati e affreschi parietali che raffiguravano scene agresti, allegorie dionisiache o ritratti di personaggi storici. Accanto ai dipinti comparvero motti popolari in piemontese o massime latine volte a celebrare l'amicizia e il buon vino, a testimonianza del fatto che il manufatto non era più percepito come una semplice pertinenza agricola, bensì come un biglietto da visita del prestigio e dell'ospitalità della famiglia.

La dimensione socio-culturale e antropologica

La socialità orizzontale e il termalismo ottocentesco

Nell'Ottocento, il balmetto assunse una straordinaria valenza di democrazia e coesione sociale. Mentre il tessuto urbanistico del paese rifletteva le rigide gerarchie di classe dell'epoca, la schiera dei Balmetti si presentava come uno spazio totalmente orizzontale e d'incontro. Davanti a un bicchiere di vino, i viticoltori concordavano i prezzi delle uve, si scambiavano manodopera per la vendemmia e gestivano i piccoli conflitti comunitari al di fuori delle istituzioni ufficiali. Fu proprio in questo clima che si consolidò l'uso della toponomastica goliardica, battezzando i vicoli del complesso con nomi evocativi come Via del Buonumore, Vico di Bacco o Via della Coppa, un chiaro tentativo della cultura popolare di sacralizzare lo spazio del tempo libero contrapposto alla durezza del lavoro quotidiano nei campi o in fabbrica.

Verso la fine del secolo, la scoperta e la valorizzazione delle fonti di Biò inserirono Borgofranco nel circuito del termalismo d'élite. La nascita dello stabilimento idroterapeutico attrasse una popolazione fluttuante di medici, scienziati, nobili e membri della ricca borghesia torinese e milanese. Questo turismo d'élite creò un fecondo shock culturale. I villeggianti, giunti per curarsi con le acque ricche di minerali, scoprivano nei Balmetti un'attrazione esotica e pittoresca. Nacque così una feconda tradizione culinaria legata alle visite nei Balmetti, dove i signori di città venivano invitati a gustare il salame di patate, i formaggi d'alpeggio e la tipica ciambella di Borgofranco, un dolce secco che veniva inzuppato nel vino passito direttamente all'interno delle fresche sale ipogee.

L'isolamento aeraulico dalle miniere di Biò

La coesistenza a brevissima distanza dei Balmetti e del distretto minerario di Biò, dove si estraevano argento, piombo e soprattutto arsenico nativo, sollevò per lungo tempo interrogativi sulla salubrità dell'aria. I filoni mineralizzati delle gallerie profonde presentavano una complessa associazione di solfuri e solfosali, tra cui la freibergite e l'arsenolite, un prodotto di alterazione altamente tossico. Nonostante questa vicinanza, l'aria dei Balmetti rimase incontaminata grazie a una netta compartimentazione geologica e a una precisa consapevolezza antropica. I filoni minerari erano ospitati nel nucleo roccioso profondo e compatto, isolato da faglie che confinavano la circolazione idrotermale. Il sistema dei Balmetti si sviluppava invece esclusivamente nella fascia di detrito superficiale e di crollo macro-clastico.

I due sistemi circolatori erano separati da imponenti diaframmi di roccia metamorfica sana che agivano come barriere sigillanti naturali. Inoltre, l'aria delle òre non era un'emanazione gassosa delle profondità, bensì aria meteorica esterna che penetrava dalle sommità del monte e percolava nel detrito, mantenendo un circuito dinamico costantemente lavato. Durante il periodo di massima attività estrattiva nell'Ottocento, la comunità impose severi vincoli di avanzamento agli scavi minerari. Le gallerie vennero spinte in direzione nord-est, allontanandosi deliberatamente dalla verticale dei Balmetti, e le venute d'acqua interne alle miniere vennero canalizzate verso il fondovalle della Dora Baltea, impedendo che le soluzioni ricche di arsenico potessero inquinare le zone di condensa che alimentavano la criosfera delle cantine.

Il Novecento e i Balmetti come presidio di libertà

Il tempo libero operaio e la cultura orale

Il Novecento si aprì nel segno di una profonda maturazione politica e sociale delle classi lavoratrici canavesane. Nel primo trentennio del secolo, la Fabbrica di birra Borgofranco raggiunse il suo apice commerciale prima di cedere il passo alla concorrenza dei grandi gruppi industriali nazionali, ma lasciò in eredità un tessuto sociale fortemente coeso e sindacalizzato. Tra le due guerre mondiali, il balmetto si consolidò definitivamente come il luogo prediletto del tempo libero operaio. Nel fine settimana, le famiglie si trasferivano in massa alle cantine della via pedemontana, dove si cucinava la polenta e si condividevano i prodotti della terra in una dimensione di autentica convivialità.

Questa frequentazione di massa rappresentò una forma di risposta popolare e autogestita alla necessità di svago, ponendosi spesso in antitesi rispetto alle strutture ricreative ufficiali imposte dal regime fascista. All'interno dei Balmetti si sviluppò un ricco patrimonio di cultura orale, fatto di canti popolari, racconti di caccia e leggende locali, come quella del fantasma del vecchio mastro birraio che si diceva aggirarsi tra le rocce nelle notti di forte vento per controllare che le òre soffiassero con la giusta intensità. Il balmetto divenne così un custode della memoria collettiva, un luogo dove l'identità comunitaria poteva esprimersi liberamente al di fuori del controllo sociale istituzionale.

Il ruolo logistico nella lotta partigiana

Durante la Seconda Guerra Mondiale, la conformazione geologica e l'architettura a schiera dei Balmetti si rivelarono strategicamente cruciali per le formazioni partigiane della settantaseiesima Brigata Garibaldi e della sesta Divisione Giustizia e Libertà. Situati in una posizione dominante sulla strada statale e sulla linea ferroviaria che conducevano in Valle d'Aosta, le cantine e i meandri rocciosi profondi vennero trasformati in depositi clandestini di armi, munizioni e materiale propagandistico, nonché in rifugi sicuri durante i rastrellamenti nazifascisti.

I diari e le testimonianze orali dei partigiani, tra cui spiccano i resoconti del comandante Luigi Viano, noto con il nome di battaglia di Bellandy, e del comandante Mario Pelizzari, denominato Alimiro, descrivono i Balmetti come nodi logistici fondamentali. L'assenza di sbalzi termici era ideale per preservare dall'umidità e dalla ruggine le armi leggere e l'esplosivo plastico sottratti ai convogli ferroviari. La popolazione civile protesse questo segreto con un silenzio impenetrabile, offrendo cibo e assistenza ai giovani ribelli feriti che trovavano nelle cantine un'infermeria di fortuna protetta dall'aria pura della montagna. Questa solidarietà collettiva culminò idealmente nel supporto alle fasi di ripiegamento strategico che seguirono il celebre sabotaggio del ponte ferroviario sulla Dora Baltea a Ivrea, avvenuto nella notte di Natale del 1944, un'azione epica che salvò la città dai bombardamenti alleati e vide molti combattenti trovare la salvezza proprio tra le ombre protettrici dei Balmetti.

Conclusioni

In conclusione, i Balmetti di Borgofranco d'Ivrea dimostrano in modo tangibile come l'architettura vernacolare non sia il frutto di una casualità formale o di una mera improvvisazione contadina, ma l'esito di una profonda, continuativa e secolare codificazione empirica del territorio. Attraverso l'intercettazione delle diaclasi würmiane e la regolarizzazione delle correnti d'aria delle “òre”, le maestranze locali hanno saputo trasformare un limite geofisico e idrogeologico in una straordinaria risorsa economica, sociale e culturale. Da deposito di sussistenza secentesco a motore di industrializzazione nell'Ottocento, fino a trasformarsi in un baluardo di solidarietà e libertà durante la Resistenza, questo complesso ha attraversato la storia d'Italia mantenendo intatta la propria identità. La salvaguardia e la valorizzazione dei Balmetti si pongono oggi non solo come un dovere di tutela monumentale, ma come un tassello cruciale per la comprensione delle strategie storiche di resilienza energetica e per la conservazione della memoria antropologica dell'intera area canavesana.